Sudafrica, dove tutto ebbe inizio

Reportage di Marco Cassani dal luogo che custodisce le radici dell'umanità. Un viaggio in uno dei Paesi più belli del mondo: dalla terra degli Swazi alle meraviglie del Parco Krueger fino alla Culla dell'Umanità, The Cradle of Humankind, patrimonio dell’UNESCO dal 1999

Diario viaggio Sudafrica

Sudafrica. Echaya. Basta chiedere il permesso e lo Swaziland ti apre le porte, “Tebo nine bekunene”. E lo fa con semplicità e accoglienza. All’“ombra” della Sibebe rock, il secondo monolita granitico per dimensioni al mondo e il più grande “plutone” magmatico esposto, originato dal cuore vivo e frenetico della Terra. Attraverso l’incontro con la Mantenga reserve, un’area naturale di oltre settecento ettari che ospita le cascate più famose e voluminose dello Swaziland. Fin dentro il Mantenga cultural village, un museo vivente delle vecchie tradizioni e dello stile di vita della cultura Swazi del diciannovesimo secolo. Separatisi da antichi clan che occupavano il Sud-Est africano, gli Swazi si stabilirono prima in Mozambico e successivamente nell’odierno Swaziland alla fine del ‘700.  Swaziland e Sudafrica si mescolano, si intrecciano ma non si confondono. Ottenuta la sovranità sul proprio territorio nel 1968, dopo decenni di lotte con gli inglesi, questo popolo di origine guerriera ha mantenuto una fierezza e un vigore morale che ne sanciscono l’indipendenza anche dalla società dell’ingombrante vicino.

La riserva è in qualche modo la manifestazione di questo orgoglio e la consapevolezza della propria unicità. Danze, coreografie e canti richiamano ad un passato di splendore e riti cerimoniali che sopravvivono orgogliosamente fino a oggi. Le abitazioni del villaggio, capanne matjieshuis in legno rivestite da stuoie, sono separate da recinzioni e recano diversi simboli all’ingresso, volti ad indicare lo status sociale dell’abitante e il ruolo rivestito nel villaggio. Alcuni, i più anziani, risiedono ancora al loro interno. Altri, i più giovani, si limitano a guidare i visitatori e a illustrare la loro ancestrale cultura e le sue tradizioni. Immersi nel folklore di questo popolo, si rimane ipnotizzati dai loro suoni, dalle loro musiche e dalle loro atletiche acrobazie… E nell’armonia di questi luoghi, si ha come l’impressione che il tempo non sia poi scappato così velocemente come siamo sempre stati abituati a vedere.

Diario viaggio Sudafrica

Le piume dell’Igwalagwala

Un uomo ci chiede un passaggio fino al villaggio appena fuori i boschi della riserva. “La vetta più alta che vedete dominare la valle è il monte Nyonyane – spiega -. È conosciuta come execution rock e da lì venivano in antichità gettati ladri e assassini, giudicati colpevoli dal villaggio”. Mentre parla, nota una penna di un uccello, raccolta qualche giorno addietro, fuoriuscire dallo zaino. “Igwalagwala!” esclama. Non capiamo. “Igwalagwala!” ripete cercando invano il nostro consenso. A questo punto, mi mostra l’immagine di quello che cerca di farci capire dallo schermo del suo telefonino. Estrae poi dalle tasche alcune monete e cercando scrupolosamente nel palmo della mano mi mostra cinque emalangeni. “Raffigurano il nostro re, Mswati III, con le penne dell’Igwalagwala, simbolo regale”. Igwalagwala non è altro che il nome Swazi del turaco crestato viola (Tauraco porphyreolophus), uccello simbolo della nazione. Per ogni moneta che ci mostra ha una storia da raccontare. “Questa è la regina madre, Ntfombi… Qui vedi il principe Makhosetive prima che diventasse re. Le foglie di questa pianta appartengono invece alla canna da zucchero, la principale coltura dello Swaziland, che ne è anche uno dei maggiori paesi produttori”.

Diario viaggio Sudafrica: giraffe

Dialoghi a Piggs Peak

Riprendiamo a macinare chilometri, sfuggendo all’imbrunire che avanza inesorabile sul giorno giunto ormai al termine. Schiere di ragazzi e uomini camminano in fila indiana lungo i lati della strada, apparendo improvvisamente illuminati dai soli fari dell’auto quando sono a poche decine di metri di distanza. Rientrano nelle loro abitazioni dopo l’attività giornaliera. Cerchiamo un posto dove dormire, ma le indicazioni sono scarse e chiedere informazioni quasi impossibile. Ci fermiamo a nella città di Piggs Peak per la notte. Una cena frugale, mangiando noccioline tostate che ci portiamo dietro da Cape Town. C’è spazio per una, due, tre birre.

E per dialogare con il gestore dell’ostello il quale racconta della passione del suo popolo per il rugby, davanti al televisore acceso che trasmette una partita. “Il calcio?” domandiamo. “No, non lo seguiamo molto e dopotutto non abbiamo una grande tradizione in questo sport” risponde sorridendo alla mia maliziosa ingenuità. Il discorso prende corpo. Studia teologia. Tra un corso e l’altro aiuta a gestire l’ostello. Così facendo trova il modo di pagarsi gli studi. Gli racconto della mia formazione biotecnologica e di come questa mi abbia portato a intraprendere una carriera scientifica. Nanoparticelle per riuscire a curare il male del secolo. È straordinariamente interessato e fa molte domande riguardo al senso di queste particelle e al loro meccanismo d’azione. “Non so molto di biologia e di chimica, ma tutto questo mi affascina”. Ma in fin dei conti neppure io so nulla di teologia, della filosofia annessa e dell’evoluzione che ha subito nel corso dei secoli da parte degli uomini e delle varie religioni. Ad un tratto si ferma pensieroso. “Ma qual è il male del secolo?” sembra chiedermi per un’istante.

Forse l’incomprensione. L’impossibilità di non capire il prossimo, che esso sia il tizio della porta accanto oppure un popolo distante dal tuo. “In fondo non importa cosa fai nella tua vita. La cosa importante è lasciare sempre aperta una finestra di dialogo con il mondo, con chi ti sta di fronte, accanto, con le vicende del passato per meglio comprendere gli avvenimenti di oggi. Dialogare sempre con chi appartiene ad un’altra società, con chi ha una cultura dai principi solo all’apparenza oscuri, con chi professa una religione differente, con chi la pensa diversamente da te”. “Da tutto ciò può nascere la comprensione. Dalla comprensione nasce la tolleranza. E dalla tolleranza la pace.” Cheers, rintocca la birra!

Ci spostiamo al bancone, devo pagargli le bottiglie. Noto dietro di lui numerose monete e banconote, provenienti da diversi stati. Gli chiedo se le colleziona. “Sì, banconote e monete” risponde con la luce negli occhi. “Benissimo, anche io!”. Rovesciamo sul tavolo tutte le monete che abbiamo, quelle della cassa lui, quelle delle tasche io. Riesco a recuperare l’intera serie divisionale dello Swaziland, e anche una banconota da dieci emalangeni raffigurante il re con il tipico copricapo regale. Contraccambio con diversi euro, purtroppo mi mancano i tagli più piccoli. In compenso, gli faccio dono di due assolute particolarità, almeno per come ho creduto dovessero apparirgli. Nel donargliele ci tengo a sottolineare l’eccezionalità di quello che tengo in mano, anche per il valore affettivo che avevano acquisito col tempo. Il venti lire “ramo di quercia” (ve lo ricordate?) e il mille lire “Montessori”, che tiro fuori da un’apposita tasca del mio portafoglio e che tengo lì dal giorno in cui la lira ha smesso di circolare.

Sembra sinceramente contento del suo bottino. Ed io con lui. Ci stringiamo la mano e mi congedo. Non ci rivedremo l’indomani. Ancora una volta la sveglia scandirà i suoi rintocchi alle prime luci dell’alba. Tra verdi colline e silenziose radure, quelli che sono stati i nostri bungalow per la notte appaiono poetici rifugi immersi in un mondo inesplorato. Un’esplorazione che a malincuore avrà solo lievemente accarezzato le foglie più esterne di un albero dalla chioma rigogliosa.

Diario viaggio Sudafrica: ippopotami

Oltre il tropico del Capricorno

Il nostro viaggio prosegue più a nord, superato il tropico del Capricorno, sorvolando una terra di rari incontri. Bellezza eterea e drammaticamente fragile. Il Parco Nazionale del Kruger. È stato il primo parco nazionale sudafricano ed è considerato uno dei più importanti e famosi di tutta l’Africa. Luogo di eventi unici, bizzarri e sorprendenti, divenuto il set perfetto di decine di documentari naturalistici. Si estende su una lunghezza di oltre 350 Km, tra bush, prateria, savana e boschi che creano una straordinaria varietà di habitat e paesaggi. Prede e predatori in continua lotta per la sopravvivenza. Una danza per la vita nella quale si intrecciano le corse di leoni e kudu, leopardi e impala e il volo di aquile e avvoltoi, tucani e gruccioni.

Tuttavia, questa terra prosperosa rivela anche una tremenda vulnerabilità. Ricco di animali e con un territorio tanto ampio, il Kruger è vittima di un’intensa attività di bracconaggio. Ogni anno, la popolazione di rinoceronte bianco, la più numerosa di tutta l’Africa, paga il prezzo più alto. Se gli sforzi dei ranger, gli interessi politici e il mercato nero non giungeranno a un compromesso, il destino di quest’antica e stupenda creatura è segnato. Con esso, anche quello di numerose altre specie sarà compromesso. E il Kruger e l’intera Africa cesseranno di essere quelli che abbiamo visto e sempre immaginato.

Diario viaggio SudafricaLaddove tutto ebbe origine

Infine, termina il nostro viaggio. Presso la culla dell’umanità, dove tutto ebbe origine. Dove circa cinque milioni di anni fa i primi ominidi conquistarono la postura eretta, volgendo lo sguardo al cielo, noi iniziamo la discesa nelle fessure della terra, chinando la testa un passo avanti all’altro. Attraversiamo le crepe erose nella roccia di Sterkfontein Caves, tra le sorprendenti conformazioni che essa assume affacciandosi in antri giganteschi e maestosi. “Conoscete questo tipo di roccia? È Dolomia” ci dice la guida con un pizzico di saccenza da libro di testo. Mi viene da sorridere, con la mente che per un attimo si perde sulle vette della Val Cimoliana.

In queste grotte e caverne è stata portata alla luce un’enorme varietà di reperti antropologici, tanto unici da far diventare The Cradle of Humankind patrimonio dell’UNESCO nel 1999. Il sito, che si estende non lontano da Johannesburg su 48,000 ettari, comprende anche le grotte di Driemolen, Swartkrans, Kromdraai ed Environs.  Fu qui che passeggiava quasi due milioni di anni fa Mrs Ples, eminente rappresentante del genere Australopithecus (africanus). Quando a un tratto si addormentò, sepolta da tonnellate di detriti e sedimenti, dimenticando la propria origine e il proprio nome. Per più di due milioni di anni attese nel silenzio. La marcia proseguiva, gli ambienti evolvevano. Le società crescevano, l’uomo si sviluppava. Nuove terre erano conquistate, conosciute, scoperte. Il giorno e la notte scandivano ritmi sempre più intensi e frenetici. Fino a che l’uomo non acquisì consapevolezza di se stesso, delle proprie origini. E Mrs Ples era ormai pronta a presentarsi ai propri discendenti. La pietra che per millenni l’aveva cullata andò in frantumi. Si ritrovò sola, su un terreno arido e battuto, laddove una volta ricordava estendersi una savana selvaggia.

L’incontro con Robert Broom (e Jonh T. Robinson, coscopritore) fu una pietra miliare per l’antropologia. Era il 18 Aprile 1947. Quello di Mrs Ples è uno dei crani più famosi dell’Africa ed il più completo della sua specie rinvenuto in Sudafrica. Quell’incontro è oggi celebrato all’interno della cava con una scultura raffigurante Mr Broom che sorride guardando il cranio di Mrs Ples. Sorride e forse pensa al proprio passato. Al nostro passato. Da quell’Australopithecus nacque il genere Homo, e con lui le generazioni di antropologi che per decenni hanno lavorato (e continuano a lavorare) a questo straordinario sito archeologico, contribuendo a svelare (spesso complicando anche un po’ le cose) i misteri legati agli albori della nostra esistenza.

Dalla cima di queste alture, abbandonati i perpetui antri geologici della Terra, le riflessioni solcano le vaste radure sottostanti, i villaggi che vi crescono sopra, le città che le popolano. E la contraddittorietà della moderna società emerge fragorosa. Emerge nelle baraccopoli intorno a Johannesburg, nei condomini blindati (gated community) della gente benestante, nei ghetti dei poveri diavoli che sopravvivono. Risuona assordante nei tassi di criminalità, tra i più alti del Mondo, e di violenza sulle donne, il 40% delle quali è stata vittima di abusi.  Nei problemi che l’uomo ha incontrato sulla sua strada, di quelli che ha risolto e di quelli che ancora si trascina dietro, inevitabile eredità della sua stessa natura. Lungo è ancora il percorso. Finchè ci sarà vita l’evoluzione non cesserà mai. La nostra strada, invece, finisce qui. All’aeroporto di Johannesburg. Tra i ricordi sempre più vividi, la ricchezza delle esperienze vissute, le emozioni vorticose dei nostri cuori e il patrimonio culturale impresso nella nostra coscienza, non resta che una cosa da fare. Scrivere. Scrivere soltanto parole che altro non han fatto che sfiorare, con mente lontana, le meraviglie di questa terra, i bagliori della risplendente natura del Sudafrica.

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