Il fantasma della foresta

REPORTAGE DI MARCO CASSANI DALLA FORESTA IMPORTANTE D'EUROPA (CHE STA PER ESSERE CANCELLATA)

L’inizio della fine

Il silenzio attorno alla foresta di Bialowieza, nella periferia orientale della Polonia, al confine con la Bielorussia, venne squassato da un cieco boato. Gli occhi del possente animale scrutavano inermi la radura circostante. Un ultimo sguardo alla foresta in cui era nato, ai colpi di accetta che ne dilaniavano gli alberi per lasciar posto a colture agricole e cenere nei camini delle abitazioni. Un ultimo spasmo, prima di giacere per sempre e di lasciare l’Europa priva della più grande creatura che mai abbia calcato i suoi suoli, pascolato per i suoi boschi. L’ultimo bisonte europeo in libertà cessava di vivere, abbattuto da un colpo di fucile. Una nuova grande estinzione causata dalla distrazione dell’uomo. Era il Febbraio 1919. Un freddo Febbraio.

Il gigante buono

La sveglia alle cinque del mattino ci pone un unico obbiettivo per quel giorno. La “caccia” al signore della prateria comincia quando ancora le lande attorno a Białowieża sono avvolte da un buio freddo e impenetrabile. Le prime luci dell’alba, che tingono il cielo di riflessi incandescenti che si fanno via via sempre più morbidi, schiudono le porte al giorno che verrà, alla vita che finalmente prende forma nei nostri occhi. Una sagoma scura, elusiva e sfuggente, rivela una presenza imperscrutabile. Un fantasma, nulla più, che rapido com’è apparso subito viene inghiottito nel cuore della foresta. Uno spettro invisibile che cela la sua presenza e la sua stessa esistenza. Dal dubbio alla certezza. Dalla certezza alla consapevolezza. Nella radura erbosa poco oltre, ghiacciata dal gelo della notte e dell’inverno, quasi immobile e inespressiva, una montagna vivente ci osserva, sbuffando aria umida che subito condensa a contatto con l’aria fredda. Novantasette anni dopo il bisonte è lì e noi siamo lì per lui. L’incontro è emozionante, non solo per l’imponenza della creatura, che lascia stupiti. Novecento chilogrammi di ossa, muscoli e carne poche decine di metri davanti ai nostri occhi reclamano la propria appartenenza ad una terra che non hanno mai lasciato. Una storia di vita, dalla morte di quel lontano febbraio. Una storia di redenzione. Un romanzo di formazione, una presa di coscienza che ha permesso all’uomo di compiere un’impresa, riportando alla libertà un animale che in natura sopravviveva ormai solo nelle rappresentazioni rupestri di Lascaux e Altamura.

Una storia che riparte nel 1923, durante il primo congresso per la protezione della natura tenutosi a Parigi. Scienziati inglesi, svedesi, tedeschi e polacchi costituiscono la società internazionale per la protezione del bisonte europeo. La restituzione del bisonte al suo ambiente naturale inizia dagli ultimi 54 esemplari esistenti in cattività in tutto il mondo. Il bisonte tornò a Białowieża. I primi, pochi esemplari, furono fatti riprodurre in cattività. Fino al 1952, quando tre maschi furono restituiti alla natura. Due anni dopo li raggiunsero delle femmine. Il primo vitello nacque nel 1957. Il progetto, ancora ai primordi, si rivelò ben presto vincente. Nel 1994 la parte polacca della foresta era abitata da più di 200 esemplari di bisonte europeo. Oggi nell’intera riserva naturale, compresa l’area bielorussa, i bisonti sono oltre 500. Il signore della pianura è tornato. Attorno a lui, negli anni, rinacque un mondo intero.

Uno scrigno di biodiversità

L’ultimo lembo di foresta primordiale europea, che un tempo si estendeva su tutto il vecchio continente, era sopravvissuta ed era tornata vivida più che mai con la sua ricca fauna. Cervi, caprioli e castori, a popolare placidamente boschi, radure, fiumi; l’elusivo lupo e la rarissima lince; picchi, diverse specie, con il loro elegante piumaggio e l’insostituibile ruolo ecologico. Białowieża è anche il trionfo della flora. Quercia, tiglio, pino silvestre sono le colonne di questo ecosistema.  Orchidee fantasma (eccezionali quanto rare), Allium ursinum, acetosella il tappeto di colori e profumi con cui esso ti accoglie. È inverno ormai. Eppure un insolito clima mite accompagna le nostre passeggiate. L’inusuale assenza di neve nulla toglie al fascino del paesaggio che si svela attorno a noi ad ogni passo.

La visita al cuore della foresta, esteso su circa seimila chilometri quadrati, può essere fatta solo accompagnati da una guida. E’ un regno privato ed esclusivo. Un bosco dove la natura regna sovrana e compie il proprio ciclo, indisturbata. Gli alberi nascono, crescono, lottano per raggiungere la vetta delle chioma boscosa, per ottenere la vitale luce del Sole. Alcuni si ammalano, altri cadono colpiti dagli agenti atmosferici. Giacendo a terra o sostenuti dai vicini più prosperi, si decompongono lentamente, offrendo cibo e riparo a decine di specie di insetti xylofagi.  Questi, moltiplicandosi e prosperando, sfamano a loro volta decine di specie di uccelli, tra i quali proprio i picchi. In questo periodo è molto facile osservarli, tra i rami scoperti e le chiome prive di fogliame. Picchi rossi maggiori, picchi dorso bianco e picchi verdi volano di albero in tronco, ravvivando l’atmosfera e colmando l’universo sonoro del bosco con il loro costante tambureggiamento. Ovunque, i tronchi morti sono costellati dai buchi impressi dal loro incessante lavoro di scalpellini. Rampichini alpestri, picchi muratori e variopinte cince mescolano e intrecciano l’ambiente con i loro colori e la loro frenetica danza.

I funghi del genere Trametes si aggrappano alla linfa che sgorga dagli alberi creando, come divertenti designers, bizzarre decorazioni. Ad ogni sorgente d’acqua, la foresta vi si specchia vanitosamente, ad avvolgere gelosamente ogni elemento custodito al suo interno. Le rive dei fiumi a Białowieża sono modellati dall’attività laboriosa ed incisiva dei castori.  Come architetti ingegnosi e determinati modificano costantemente la vegetazione attorno al Narewka e a l’Hwona. Tra i riflessi della luce che trafigge il bosco e la brezza che ne scuote l’anima, il canto della civetta nana saluta l’arrivo delle tenebre. E lentamente salutiamo il bosco, tra i placidi cervi che escono dalla selva per mangiare nei campi circostanti, protetti dal buio.

Tradizioni

Dopo una cena a base di pierogi, la Żubrówka, la vodka del bisonte, colma i nostri cuori dell’ospitalità polacca accompagnandoci, come una guida nelle notti più scure, verso l’universo stellato che, nel freddo e nel silenzio attorno, appare ancora più vicino. L’indomani, all’interno del parco cittadino, un bambino gioca arrampicandosi su una scultura bronzea affacciata su un piccolo lago, sulle qui sponde dei pannelli esplicativi illustrano la natura del luogo. Quella scultura ha la sagoma di un bisonte. Dal nome dei locali alle decorazioni stradali, tutto richiama a sé il “mito” dello zubr, del signore di queste lande, del patrimonio che questa gente ama, rispetta e tutela.

Un mondo che scompare

Uomo e natura qui, indissolubilmente legati da vicende comuni, formano un connubio affascinante, auspicabile anche altrove, in un continente come l’Europa, dove uomo e natura hanno dovuto condividere, in stretta vicinanza, gran parte della loro storia. Purtroppo i recenti avvenimenti smentiscono queste convinzioni. La foresta è destinata a scomparire. Un modello esemplare si è trasformato in un drammatico progetto da biasimare. Interessi economici, conflitti politici, speculazioni e avidità hanno ancora una volta prevalso sul senso, che dovrebbe essere comune e largamente condiviso, di preservazione della natura su questa Terra. “All’inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l’umanità”  Chico Mendes (1944-1988).

Post Scriptum: il bisonte buono e l’orso cattivo

Tanti anni fa, l’antica foresta primordiale era anche casa dell’orso bruno, plantigrado schivo ed elusivo, che oggi sta tornando a popolare i boschi di tutta Europa. Anch’egli subì la stessa sorte del bisonte, estinguendosi da Białowieża verso la fine dell’ottocento. Reintrodotto nel 1938, la sua territorialità lo portò ben presto a competere con l’uomo e diversi casi di aggressioni e uccisioni furono registrati. Gli abbattimenti selettivi e casi di bracconaggio portarono ben presto all’abbandono del progetto di reintroduzione dell’orso. L’ambiente attorno a Białowieża aveva ormai subito cambiamenti talmente considerevoli che era divenuto impossibile, per un animale come l’orso, vivere in un’area, seppur rurale, con un’elevata densità abitativa. Fantasmi tornati in vita, fantasmi che resteranno tali. Ad alcune cose ci può essere rimedio, se accompagnate da sacrifico e notevoli sforzi; altre sono semplicemente perse per sempre. In ogni caso, quello che distruggi non sarà mai come prima. Leggi anche Un mondo che scompare, le tappe di Bialowieza,