Isole Marchesi

Diario di viaggio dello skipper Bruno Fazzini a bordo del Pink Jaws, un ketch 47′, che ha effettuato il giro del mondo in barca a vela. Isole Marchesi, correva l’anno 1993…

Fatu Hiva, Marchesi. Dopo l’emozione dell’ancoraggio notturno, dopo giorni e giorni di navigazione in mare, la mattina ci risvegliamo sotto un forte acquazzone, con nuvole molto basse e visibilità ridotta, ma in meno di mezz’ora un arcobaleno e il sole ci mostrano finalmente in tutto il suo splendore la Baia delle Vergini. Due alte cime la affiancano, ricoperte da fittissima vegetazione dove risaltano migliaia di fiori multicolori, poi davanti una spiaggia di ciotoli neri e un paesino di poche case sovrastate da palme e alberi da frutta, sullo sfondo alte montagne verdissime. Sulle loro pendici e sulle colline si intravedono cascate e parecchi puntini bianchi che col binocolo si rivelano capre selvatiche. Il paesaggio è veramente idilliaco, un paradiso rimasto inalterato nel tempo, infatti le descrizioni di Moitessier e degli altri navigatori corrispondono ancora perfettamente alla realtà.
Montiamo il canotto per scendere a terra, prima sorpresa il fuoribordo non vuol saperne di partire, poco male mano ai remi e via. L’approdo non è dei più facili, infatti l’onda riflessa dalle alte scogliere frange proprio sullo scivolo in cemento adibito allo sbarco. Bisogna scegliere il momento più adatto e cavalcando l’onda, come i surfisti, atterrare. Più facile a dirsi che a farsi, senza motore rischiamo di ribaltarci col canotto ma l’onda ha pietà di noi e incredibilmente ci posa sulla riva senza danni. Sulla spiaggia vi sono molti abitanti dell’isola e alcuni cortesemente ci aiutano a issare il tender lontano dalla risacca e si offrono di riparare il fuoribordo. Accettiamo poi armati di telecamera e macchine fotografiche partiamo alla scoperta di Fatu Hiva.

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Attraversiamo il villaggio e tutti ci salutano cordialmente mostrando di essere veramente felici di incontrarci, anche i bambini. Le case sono molto piccole, aperte e sollevate da terra come palafitte, sono circondate da giardini ricchi di fiori e piante di banane, pompelmi, arance, limoni, mango. Tanti espongono le tapa che sono dei dipinti su tessuto vegetale con i colori ricavati dai fiori, sono una caratteristica delle Marchesi e solo qui si trovano fatte in questo modo antico e naturale. I prezzi sono molto abbordabili da 20 a 50 dollari secondo la grandezza, a Tahiti le troveremo in vendita molto più care.
La strada sterrata lentamente comincia a salire e siamo immersi in una natura selvaggia e rigogliosa, le palme sono altissime, le piante di banane numerose, troviamo la deviazione che ci avevano segnalato al villaggio e seguiamo il torrente per arrivare alla cascata. Il sentiero diventa sempre meno identificabile e avanziamo seguendo i segnali costituiti da piccoli sassi sovrapposti uno sull’altro. La salita diventa sempre più irta e i passaggi difficoltosi, la vegetazione è tanto fitta che il sole e il cielo sono completamente coperti e l’umidità sale a un livello incredibile. Ogni tanto siamo tentati di rinunciare ma è talmente tutto così affascinante e bello che continuiamo verso la nostra meta. Dopo quasi due ore di marcia il frastuono della cascata diventa fortissimo e improvvisamente la vegetazione si apre, un’alta parete si erge davanti a noi e dal suo bordo più alto una massa d’acqua cade rumorosamente e forma sotto un laghetto attorniato da grossi massi rotondi e levigati, il tutto illuminato da un sole splendente che fa brillare la vegetazione bagnata dalla rugiada e dall’acqua polverizzata della cascata. Rimaniamo a bocca aperta ad ammirare questo grande spettacolo della natura che mostra tutta la sua potenza con la forza della cascata e tutta la sua bellezza con le pareti del dirupo ricoperte di vegetazione rigogliosa e ravvivate da migliaia di fiori coloratissimi sparsi dappertutto. Siamo stanchi per la lunga camminata ma non ce ne accorgiamo e ci tuffiamo nel laghetto per un bagno sotto la cascata. L’acqua non è limpidissima perché durante la notte ha molto piovuto quindi reca con sé tracce di detriti e terra della foresta che la rendono un po’ torbida.
Recupereremo più a valle dove l’acqua dopo aver saltato tra le rocce del torrente ha perso tutte le sue impurità ed è ridiventata limpidissima. Diversi episodi risaltano la natura ospitale di questa gente di indole generosa e altruista. I soldi qui non servono, il gas e i generi di prima necessità quali farina riso caffè medicinali si ottengono barattandoli con frutta raccolta nella foresta, pesce, galline, uova, con le tapa. Chiedo ad un abitante del posto, che ci ospita per un caffè, cosa fa durante la giornata, e lui mi risponde: niente. Quando il freezer è pieno, la cucina ben rifornita cosa puoi fare in questo paradiso se non ammirare la natura, fare visita a parenti ed amici, intrattenerti con loro, poi fare una capatina alla Baia delle Vergini per curiosare tra i nuovi arrivati? Qui non esistono auto, cinema, negozi, tutto è rimasto come una volta, solo poche moto fuoristrada acquistate dai ragazzi cominciano a disturbare la quiete. Anche lui quando era giovane si era fatto prendere dal miraggio della modernità e del consumismo ed è emigrato a Tahiti per qualche anno, dove ha fatto il muratore, era ben pagato aveva una bella casa, la televisione, l’auto… ma dopo pochi anni la nostalgia ha avuto il sopravvento ed è ritornato a Fatu Hiva. Prima di congedarci ci carica di arance, pompelmi , limoni e banane direttamente colti dalle piante e sale perfino su un’ altissima palma per staccare col machete dei cocchi verdi da bere, con la polpa ancora morbida da mangiare col cucchiaino come un budino. Ci sentiamo in dovere di contraccambiare offrendo un aperitivo all’italiana sul Pink Jaws. Rientrati al villaggio troviamo il nostro fuoribordo ben riparato e funzionante. Anche il meccanico non vuole soldi e chiede se abbiamo ami, filo da pesca, vecchie cime. Invitiamo anche lui a bordo. Iniziamo il commercio del baratto per procurarci gasolio, gas, frutta e tutto l’occorrente per rifornire la cambusa fino a Tahiti. L’unico vero commerciante della baia è Daniel, un anziano di circa settantanni simpatico e molto furbo. Dopo lunga trattativa concordiamo di cedere la nostra vecchia ancora, che da tempo non usiamo, in cambio di una bombola di gas, cento litri di gasolio e due galline ruspanti. Per il gasolio bisogna attendere l’Aranui, un piccolo cargo con poche cabine per i turisti e grandi stive per le merci, il cui arrivo è previsto per domani. Dando fondo alle nostre scorte di berretti, magliette, felpe, ami, arpioni, vecchie cime ci riforniamo alla grande di frutta e pesce fresco. Roba d’altri tempi.

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Poiché in tutta la Polinesia le armi sono proibite c’è una grandissima richiesta di carabine e munizioni calibro 22 e 12 da utilizzare per la caccia al cinghiale e alle capre selvatiche. Jean Baptiste spiega che spesso gli uomini di tre quattro famiglie si riuniscono e partono per la caccia al cinghiale che vive abbondante nella parte sopravento dell’isola. I fortunati che possiedono un’arma sono pochi gli altri cacciano come i loro avi utilizzando i cani e lunghe lance con le quali finiscono i cinghiali stando seduti sugli alberi della foresta. Poi attraversano le vallate e i difficili sentieri e scendono al villaggio, chiamano tutti i parenti, gli amici ed è grande festa. La prossima caccia sarà tra qualche giorno e il nostro amico ci invita a partecipare, siamo tentati ma il tempo speso a Panama, alle Galapagos e in traversata ha ridotto di molto la nostra disponibilità siamo costretti a rinunciare.

L’arrivo dell’Aranui due volte al mese è un grande avvenimento per l’isola. Qui non esistono aeroporti e gli unici rifornimenti arrivano con questa nave che parte da Tahiti, visita gli atolli delle Tuamotu e poi tutte le isole delle Marchesi. Dà fondo all’entrata della baia e cala in mare grosse lance, prima cariche di turisti, poi di merce. Scarica fusti di gasolio e benzina, bombole di gas, farina, riso, caffè etc e perfino una moto e carica quintali di frutta e tanto tonno pescato dai locali e surgelato in una grossa cella frigorifera posta non lontano dalla spiaggia. Le operazioni di carico e scarico avvengono a mano con l’ aiuto degli abitanti tutti presenti sulla riva. I marinai della nave mostrano tutta la loro perizia superando agevolmente l’onda frangente e mantenendo ferme le grosse lance. L’Aranui rimane alla fonda tutto il giorno e fino a sera è un andirivieni continuo di cavalli e carretti stracarichi. Anche noi siamo molto indaffarati nel travasare il gasolio dal grosso fusto alle taniche e poi al serbatoio. Per l’acqua invece incarichiamo due ragazzi che già avevano pulito la carena del Pink Jaws in apnea e che pagheremo naturalmente con delle magliette.
La “Terra degli uomini”, così gli abitanti chiamano le Marchesi, è veramente magnifica e ospitale, non ci si può aspettare niente di meglio dopo una lunga traversata come quella del Pacifico. Era stato molto bello anche l’arrivo a Barbados dopo l’Atlantico, ma là eravamo più felici per l’ impresa portata a termine che per il posto raggiunto. Qui invece la traversata, peraltro lunga e impegnativa, passa in secondo piano rispetto alla bellezza di quest’isola, appena sfiorata dal turismo e ancora viva nelle sue tradizioni antiche come i tatuaggi che spesso ricoprono completamente la pelle degli uomini, le tapa, il culto della famiglia, la sempre grande, generosa e disinteressata ospitalità, il modo di vivere così semplice e naturale ma al tempo stesso profondo nelle sue espressioni sociali, quali il convivere senza barriere, con le case sempre aperte, il senso dell’amicizia e della libertà.

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Ma è tempo di rimettersi in mare: mancano solo 15 giorni alla data prefissata per il nostro volo di ritorno da Tahiti e restano ancora 800miglia da percorrere attraversando le Tuamotu e con la fortuna che ci ha accompagnato finora non siamo molto fiduciosi nell’Aliseo di Sud Est. Ma ce ne andiamo con una promessa: ritorneremo.
Mi pesa un po’ stavolta ripartire così in fretta, finora la parte più bella del viaggio erano state le traversate, ma già dalle Galapagos qualcosa è cominciato a cambiare e iniziamo ad invidiare gli amici navigatori che rimangono sempre a bordo, che stanno magari un mese qui alle Marchesi ma la loro è una scelta di vita, la nostra no, o meglio non ancora. Questo pensiero del vivere in barca si fa sempre più vivo ed insistente, spesso mi ritrovo a pensare in quale modo potrei riuscire ad attuarlo. Però penso che piuttosto di niente meglio apprezzare quello che abbiamo fatto e che faremo col nostro metodo un po’ da nevrotici e stressati terraioli legati si all’avventura, all’Oceano, alla barca ma anche ben radicati alle nostre attività e ai nostri affetti rimasti a casa, così lontano. Mi manca molto Stefania, le passeggiate la sera in Corso Vittorio Emanuele, le cenette a Brera o da Valentino per il pesce, il cinema, i week end in montagna o in Costa Azzurra. Poi ancora la pizza con Caterina e i pranzi da mia mamma, le serate con gli amici. Insomma anche questa parte della mia vita così normale, così cittadina è molto difficile da lasciare per troppo tempo.
Ci mettiamo in mare, scende la notte e lentamente la sagoma scura di Fatu Hiva si confonde nel buio sino a scomparire completamente. Per un po’ ci accompagnano a distanza le luci dell’Aranui, partita poco dopo di noi, poi anche loro spariscono inghiottite dall’oscurità e rimaniamo soli nel Pacifico col solito immane spettacolo del cielo stellato. In forno cuoce l’ottimo pesce e dopo cena si riprendono i vecchi turni di guardia per questo ultimo tratto del viaggio. Ricominciano i contatti radio interrotti durante i tre giorni di sosta a causa della scarsa propagazione nella Baia delle Vergini. Il 15 passiamo tra gli atolli delle Tuamotu peccato che non abbiamo nemmeno un giorno per poterci fermare. Le scorte di pasta sono finite quindi mano alla farina e preparo gnocchi di patate, orecchiette, gnocchetti sardi. Anche biscotti, formaggi, birra… insomma tutto quello che non abbiamo trovato durante la sosta finisce. Ma le scorte di frutta fresca, farina e scatolame sono ancora abbondanti. Mancano ancora 250 miglia, le faremo tutte a motore, sotto continui e violenti acquazzoni. Avvistiamo Tahiti a 100 miglia per un attimo poi scompare dietro le nuvole. L’ ultimo tratto lo copriamo a vela e motore di bolina larga, si è alzato infatti un venticello contrario di 5\6 nodi. Alle sette del mattino entriamo nella grande passe e diamo fondo davanti al lungomare di Papeete portando due lunghe cime a terra. Il nostro viaggio si è concluso, abbiamo percorso più di 5000 miglia di Oceano pacifico in poco meno di un mese e mezzo soste comprese. Adesso abbiamo una settimana a disposizione per cercare un cantiere e sistemare nel migliore dei modi il nostro grande Pink Jaws che anche stavolta ci ha portato a destinazione senza mai tradirci.
Papeete è una bella città, moderna, che si estende lungo il porto fin sulle pendici dell’alto monte che la sovrasta. Essendo territorio francese è tutto molto ben organizzato, ci sono diversi supermercati riforniti di tutto, unica nota dolente i prezzi carissimi. Tutti i prodotto importati dalla Francia hanno prezzi superiori anche di tre quattro volte rispetto all’Europa. Rimessaggio e carenatura sono a livello di Costa Azzurra, però il servizio è molto serio e professionale. Troviamo un ottimo cantiere con il quale concordiamo i costi di alaggio e mantenimento a terra della barca, nonché pulizia e antivegetativa della carena ormai ridotta male. Il Pink Jaws è in secca solidamente puntellato al terreno e finalmente si riposa, la sua vacanza durerà ben due mesi, fino alla fine di luglio. Il direttore del cantiere ci accompagna all’ aeroporto di Faa, da dove iniziamo il nostro lungo viaggio di ritorno. Nove ore per arrivare a Los Angeles, dieci per Londra, due per Milano. Per via delle coincidenze, impieghiamo quasi due giorni per tornare a casa. Dopo due mesi di vita in barca questa volta il reinserimento nella normalità è un po’ più lento e difficile, ma poi il lavoro e le vecchie abitudini a poco a poco ci assorbono e il Sud Pacifico diventa solo un piacevole ricordo.