Da Los Roques a Panama

Diario di viaggio dello skipper Bruno Fazzini a bordo del Pink Jaws, un ketch 47′, che ha effettuato il giro del mondo in barca a vela. Los Roques, correva l’anno 1993…

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Il giorno 10 febbraio salpiamo con rotta su Los Roques 370 mg di distanza. La navigazione è subito buona e veloce. Non potendo montare i tendalini restiamo gran parte della giornata all’ombra dello spi. La notte porta un po’ di sollievo. Il pomeriggio del 13, dopo il solito incontro con i delfini, arriviamo a Los Roques. Caliamo l’ancora a ridosso dell’enorme rupe del Grand Roque sotto la quale si stende un piccolo paesino di casette bianche e basse. Per la prima volta vediamo i grossi pellicani che quando volano sembrano uccelli preistorici. Siamo in territorio venezuelano e non avendo fatto pratiche di entrata decidiamo solo per una breve sosta. Montiamo il tender e scendiamo a terra salutando prima lo skipper di una barca italiana che partito per il giro del mondo, si è arenato in questo stupendo luogo sposando la dottoressa del villaggio. Il nostro giretto a terra è molto breve anche perché non abbiamo moneta locale e abbiamo solo pezzi da 100 dollari. Dopo un paio d’ore siamo già a bordo pronti a partire per Bonaire. Preferiamo coprire le poche miglia di notte anziché affrontare il sole micidiale del giorno. Il nostro amico skipper rimane sbalordito dalla durata della visita, proviamo a spiegargli che siamo di fretta, ma non riesce a capire come si possa arrivare in un paradiso, dopo una lunga navigazione e rimanere solo due ore. In effetti comprendiamo che i matti siamo noi, ma promettiamo di fermarci almeno un mese al prossimo giro. D’altronde se si vede tutto la prima volta finisce che poi non si ritorna più. All’alba del giorno seguente costeggiamo la bassa Bonaire. Il benvenuto ce lo dà uno stormo di fenicotteri rosa che sorvolano da vicino il Pink Jaws, non lontani dall’albero di maestra. Scapolata la sabbiosa punta SE entriamo nel ridosso dell’isola e ci avviciniamo all’unica grande baia. Durante la notte un black out elettrico aveva privato di elettricità il quadro servizi e gli strumenti del motore. Risultato: solo il GPS, che fortunatamente ha un impianto a parte, funziona. Visto che siamo senza eco-scandaglio decido di entrare direttamente nel piccolo marina, come attracchiamo al pontile comprendiamo subito che questa sarà la nostra base per i prossimi sei mesi. Tanto infatti dura la stagione dei cicloni. Il porto è molto bello, con acqua, elettricità e servizi, ed è inserito in un villaggio turistico con tanto di piscina, spiaggetta, bar e ristorante. Che volere di più? Abbiamo ancora un paio di giorni disponibili che dedichiamo a verificare i danni del black out. I problemi sono grossi. Dovremo sostituire tutta la vecchia e defunta linea che congiunge il motore con gli strumenti e l’ avviamento, nonché l’alimentazione al quadro servizi. Notiamo inoltre che a causa di una infiltrazione d’acqua dal gavone dell’ancora la paratia di prua, dove è ancorata la landa della trinchetta, ha ceduto e quindi andrà sostituita. Fortunatamente a Bonaire si può trovare tutto e i prezzi sono ragionevoli. Controlliamo cosa necessita per questi lavori, per vedere ciò che è disponibile sul posto e quello che dobbiamo portare da casa.
La partenza per Panama sarà non prima di metà novembre, quindi programmiamo una decina di giorni a fine settembre per eseguire tutti i lavori. Scopriamo che Bonaire è un Diving Paradise, da quasi trent’anni parco marino e terrestre. Riusciamo a fare solo un’immersione, ma è sufficiente per farci capire quanto sia giusta la fama di quest’isola. Vediamo infatti tantissimo pesce e anche esemplari molto grossi, ed è normale nuotare in compagnia delle tartarughe. I diving sono superattrezzati , ricaricano in pochissimi minuti e a costi minimi. Non accendiamo il nostro compressore per evitare sollevazioni nel marina. Per la prima volta, visitando il parco terrestre, vediamo le famose iguane marine. Ci sono anche tantissime specie di uccelli, ma essendo molto ignoranti in materia, riconosciamo solo canarini, pappagalli, gli inconfondibili pellicani. Molti fenicotteri rosa popolano i laghetti interni. Ci fotografiamo sotto enormi cactus. In baia ci sono altre tre barche italiane. Ritroviamo Enzo e Rita del Tatanai, Mario col suo Nelson 46 e conosciamo Toni del Moeca. Durante un aperitivo scopriamo i segreti dei collegamenti radio. Vedendoci affascinati ed interessati, Enzo spiega che quasi tutte le barche italiane sono equipaggiate di ricetrasmittenti a onde corte e tutti i giorni ad un’ora predeterminata e su una certa frequenza, si ritrovano tutti anche durante le traversate. Inoltre grazie ad un radioamatore si collegano una volta al giorno con l’Italia. La cosa è molto interessante, annotiamo orari e frequenze e promettiamo ad Enzo che da Panama in poi saremo anche noi in trasmissione. Rimandiamo più avanti perché montare una radio non è molto semplice e se dovessimo farlo a novembre finiremmo per passare in porto il tempo destinato alla navigazione. Il nostro programma di navigazione suscita sorpresa nei nostri nuovi amici: fine novembre a Panama passando a non meno di 200 mg dalla Colombia, poi a marzo via per il Pacifico. Comunque ci diamo appuntamento proprio in quell’Oceano. Purtroppo li ritroveremo solo per radio. Il giorno 15 novembre salpiamo alla volta di Panama distante circa 800 miglia. La navigazione è ideale, il Pink Jaws scivola sicuro a 6/7 nodi su un mare mosso, ma non cattivo. Peschiamo un bel tonnetto di una decina di chili, incontriamo un bel branco di delfini. Il giorno 19 siamo avvicinati da un enorme incrociatore americano che pattuglia queste acque alla ricerca di contrabbandieri di droga. Per tutta la notte ci ha seguito a cinque-sei miglia, ma ora è vicinissimo. Abbiamo a riva lo spi 1 preghiamo che non vogliano salire a bordo. Fortunatamente dopo aver controllato i dati nostri e della barca, trasmessi via radio e dopo una mezzora d’attesa ci salutano augurandoci buona navigazione. Quando arriviamo a 150 miglia da Panama, come previsto il vento finisce. Non era invece prevista una corrente contraria di 3/4 nodi che rende penoso l’avvicinamento. Avanziamo infatti a 1800 giri a soli due e tre nodi di velocità reale. Il 24 avvistiamo la costa e anche la corrente diminuisce un po’. Il traffico di navi è notevolmente aumentato e con l’arrivo dell’oscurità accendiamo il radar. L’entrata nel porto antistante il canale non è semplice, infatti le luci direzionali si confondono con quelle delle navi alla fonda e della città di Colon. Ma grazie a radar e GPS alle undici, diamo fondo nel marina dello Yacht Club e ormeggiamo con la poppa sulla banchina. Il commodoro dello Yacht Club ci mette subito in guardia sulla pericolosità al di fuori del recinto del marina. I consigli sono di andare in città sempre in tre senza macchine fotografiche e orologi, con pantaloncini e maglietta in modo che si capisca che non abbiamo niente, eventuali pochi dollari dentro le scarpe. Questo naturalmente per andare nella parte della città di Colon dove si fanno le pratiche per il canale che è presidiata dalla polizia, le altre zone meglio dimenticarle. Uscire di notte è severamente proibito, meglio restare dentro il marina dove c’è un bar con aria condizionata e un piccolo ristorante all’aperto. Come esempio molto persuadente il Commodoro dice che se esci con una catenina d’oro, nessuno te la ruba, ma più facilmente prima ti sparano in testa poi te la tolgono. Questo per descrivere il clima da campo di concentramento cui siamo costretti dentro questo Yacht Club. Mi convince anche che è ottimo per lasciare il Pink Jaws fino a fine marzo, data in cui riprenderemo il nostro viaggio, che naturalmente coincide con la fine della stagione dei cicloni nel sud Pacifico. Sistemiamo bene la barca visto che dovrà rimanere qui per più di quattro mesi e al solito facciamo la lista delle innovazione da apportare. Certo che viaggiare in questo modo è un buon sistema per fare manutenzione e ricostruire quasi la barca. Anche se talvolta, i lavori in acqua, sono piuttosto impegnativi.

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