Mongolia, agli antipodi dell’Occidente

BENVENUTI NELLE GHER, LE TENDE CHE RAPPRESENTANO UNO STILE DI VITA

Patria del leggendario Gengis Khan, luogo di riti sciamanici, di templi buddhisti e “paese del cielo blu”, la Mongolia offre un paesaggio dalle immense distese a perdita d’occhio, che si lasciano attraversare seguendo semplici sentieri sterrati oppure passando direttamente sull’erba. La Mongolia non è per tutti, vivamente sconsigliata a chi ama le comodità e la vacanza rilassante, ma ottima meta per chi è in cerca della sua dose di avventura. Appena fuori da Ulaan-Bataar, moderna capitale ad alta densità di popolazione e di grattacieli, lo scenario cambia repentinamente e si perde letteralmente ogni tipo di riferimento, sia geografico che temporale. Per questa ragione viene suggerito di non inoltrarsi da soli ma di farsi accompagnare da guide locali, esperti conoscitori di questo particolare territorio. Si presenta come una grande prateria, in cui sono disseminati piccoli accampamenti di “gher”, le tipiche tende di questo popolo nomade, che in estate si sposta per offrire il pascolo alle pecore e ritorna verso la città al primo accenno della stagione fredda, che in Mongolia è già alle porte a settembre e raggiunge temperature molto rigide.

La gher, uno stile di vita

La sorprendente velocità con cui può essere montata una gher, e poi smontata per essere caricata sul rimorchio, pronta a cambiare stazionamento, dimostra come il modo di abitare del popolo mongolo si ponga all’estremo opposto del nostro, che prevede invece fondamenta ben ancorate al terreno ed altrettante solide murature a proteggerci. Per loro la casa è una piattaforma di legno, posata sul terreno, circondata da una grata con pali centrali, anch’essi in legno, che sostengono la copertura. Il tutto rivestito da pelli di animali e da feltro, con la fuoriuscita alla sommità del camino della stufa. Nessuna finestra e una porta in legno colorato, che rispecchia l’interno foderato da stoffe riccamente decorate. A noi occidentali, abituati a possedere tanti oggetti, anche i più inutili, può sconcertare il fatto che gli abitanti della Mongolia vivano con poche cose indispensabili, quelle che si possono raccogliere nella loro dimora “mobile”. Forse dovremmo prendere spunto, per imparare a separarci da ciò che non è più funzionale. Quello che però non manca mai ai Mongoli è il grande sorriso che illumina il loro volto, offerto immancabilmente in dono ai visitatori, quando vengono accolti in casa. Molto ospitali, in un attimo con il latte di pecora possono preparare una grande ciotola di formaggio fresco, che in segno di benvenuto invitano a gustare insieme alla loro famiglia. Lungo il percorso che da Ulaan Bataar conduce verso ovest, i rari paesi che si incontrano appaiono in agglomerati di piccole costruzioni, rivestite con tavole di legno, tetto a falde di lamiera e circondate da uno steccato. Le vie di comunicazione sono tutte strade sterrate. Se non fosse per la presenza di qualche auto, sembrerebbe di essere capitati accidentalmente sul set di un film western. Non mancano i gruppi di bambini che attendono il passaggio dei turisti, per comparire in una foto o per ricevere qualcosa in regalo. Alcuni di loro si dimostrano già grandi cavallerizzi, destreggiandosi abilmente in sella, pur non arrivando ad appoggiare i piedi sulle staffe.

Nei monasteri buddhisti

E poi i monasteri buddhisti che emergono dal verde, presentandosi come un premio per aver percorso tanta strada in mezzo al nulla. Monaci giovani ed anziani, avvolti nelle loro tuniche gialle e rosso amaranto, svolgono quotidianamente le loro mansioni, sempre sorridenti, testimoni di una vita semplice e pacifica. Muovendosi attraverso le piste sterrate si incontrano i totem legati al culto sciamanico degli Ovöö, che significa “cumulo di sassi”, ai quali ogni passante aggiunge una pietra o un piccolo dono, compiendo poi tre giri attorno in senso orario come gesto di buon auspicio per il proseguimento del viaggio. Oltre alle sciarpe cerimoniali in seta azzurra, vengono lasciati soldi, pezzetti di cibo e a volte anche pacchetti di sigarette. Si possono trovare gli Ovöö anche in mezzo ad un fiume, con le piccole pietre sostenute in equilibrio precario dal masso più grande sottostante. Sono punti di riferimento sparsi nel territorio, testimoni di un rituale popolare che viene continuamente alimentato.

Un viaggio non per tutti

Si diceva che la Mongolia non è per tutti. Andrebbe assorbita vivendola come i suoi abitanti, anche in condizioni che per alcuni possono risultare estreme. Un esempio fra tutti è “andare in bagno” in mezzo alla steppa: si entra in una piccola casupola di legno in cui, invece della classica turca, si trova una semplice cavità nel terreno contornata dalle assi del pavimento, che appare come un buco nero pronto a risucchiarti se non fai attenzione a come ti muovi. Oppure trovarsi a dormire da soli in una grande gher, dove l’unico rumore nella notte è il crepitio della legna nella stufa e qualche latrato di cane in lontananza, rimanendo avvolti nella coperta senza muoversi fino al mattino, per non disturbare.