Morgantina e le origini del popolo italiano

NEL CUORE DELLA SICILIA UN LUOGO SCONOSCIUTO CHE CUSTODISCE UN SEGRETO MOLTO PREZIOSO

La terra brulla e riarsa è squarciata da formazioni rocciose che creano palcoscenici su vaste distese dai profili dolci e sinuosi. Cacti eremiti errano tra ruderi abbandonati di vecchie masserie e case, che scivolano lungo i pendii abitati da uliveti, aranceti e piante da frutto. Muti e silenziosi paesaggi che si rincorrono di collina in collina. Qui ad Aidone, piccolo comune dell’entroterra Siciliano non lontano da Enna, il terreno contiene un segreto celato dai sedimenti che il tempo lento ha depositato e che la storia paziente coltiva. Un segreto che va oltre le conchiglie fossili mioceniche che qua e là affiorano tra crepe e sterpi. Un segreto che si perde nelle origini dell’insediamento dell’uomo in Italia e dell’antropizzazione di queste terre. Nelle contrade che si susseguono mano a mano che ci si allontana dalla rocca su cui sorge il centro cittadino, geometriche mura in pietra affiorano timide dalla dura roccia, testimoni del fiorente passato di questi campi. Su un colle, diametralmente opposto a quello su cui sorge Aidone, persi tra artemisia, finocchietto selvatico, nepitella e bagolaro, imperiture fondamenta di case, magazzini e pietre lastricate di calli e vie, costituiscono l’eterna testimonianza di antiche civiltà che qui trovarono dimora.

Le italiche origini

Siamo a Morgantina. La Cittadella risale al XIII secolo, periodo in cui le alture centrali della Sicilia furono occupate dai Morgeti, discendenti di quelle genti italiche che a partire dal XV secolo a. C. occuparono le attuali Basilicata, Campania e Calabria. Cinque secoli prima della Magna Grecia. Sette secoli in anticipo rispetto alla Valle dei Templi. Alla morte del re Italo, gli Enotri, o meglio gli Itali, presero il nome dal figlio successore del re, Morgete, espandendo il proprio dominio anche in Sicilia. Morgantina crebbe rapidamente e prosperò, resistendo per oltre dodici secoli, tra sorti alterne, all’avvicendarsi di Siculi, Cartaginesi e Romani. Fino a quando, schieratasi a favore degli africani durante la seconda guerra punica, fu saccheggiata e distrutta nel 211 a. C. dalla “rivincita” romana, messa in atto dal pretore Marcello Cornelio Cetego. Le ultime tracce di edificazione, databili attorno al 50 a.C., ne ritardarono solo il progressivo abbandono, culminato in età imperiale. Da lì comincio un lungo e obliante silenzio che fece scomparire le ricchezze di Morgantina sotto metri di terra e polvere. Profanata già in passato, subì l’onta di nuove sconsacrazioni in tempi più recenti. Tempi in cui disgraziati tombaroli, con il solo obiettivo di arricchirsi, fecero man bassa di reperti rivenduti ad avidi ricettatori internazionali ed acquistati da compratori superficiali e senza scrupoli. Acquirenti dimentichi del giuramento etico e morale di proteggere le opere d’arte. Ogni buca scavata, una pugnalata. Una dopo l’altra le magnificenti opere morgete furono depredate e portate in esilio, lontane dalla terra natia. Reperti unici per bellezza, conservazione e manifattura, senza eguali al mondo e di inestimabile valore. Tra tutti, gli acroliti, gli argenti di Scilla, la Demetra e la testa di Ade. Tutte, furono illegalmente prelevate, fatte scomparire e improvvisamente materializzare “pulite” in due dei più importanti musei d’arte statunitensi, Metropolitan e Getty. Anni di battaglie legali, perizie archeologiche, smacchi e offese. Il coraggio di uomini e donne nel denunciare un sistema malavitoso profondamente radicato su tutto il paese. La loro bravura nel seguire indizi e studiarne le più sottili sfumature. La forza di continuare a fare il loro lavoro, senza cedere. La collera divina. Demetra furens, Pluto fiera crudele, Scilla atroce. I capolavori tornarono a casa.

Un luogo sconosciuto ma eccezionale

Il loro ritorno aiuta ulteriormente a comprendere l’eccezionalità di Morgantina.  La presenza di tante opere di una tale grandiosità in uno stesso sito, dimenticato per millenni e di cui oggi nessuno o pochi nel mondo ne conoscono il nome, è qualcosa di eccezionale. Questi reperti, insieme a numerosi altri di indiscutibile fascino, sono ora conservati nel museo civico di Aidone. Tornando qui, non portarono con sé solo il loro fasto. Riportarono consapevolezza e orgoglio per il proprio passato. Eyexei, benvenuti. Morgantina vive ancora. Attraverso la coltura che si diffonde nel turista in visita alle sue rovine. Nelle scoperte archeologiche che si avvicendano e perpetuano. Grazie alle mostre itineranti in giro per il Mondo, che portano i suoi preziosi reperti alla conoscenza del panorama internazionale. E rivive soprattutto grazie alla passione della gente che lavora, fa volontariato e suda questa eredità. Nelle parole della guida che ci conduce attraverso la città perduta, Morgantina riacquista il suo antico splendore. “Ecco le terme, costruite con il sistema delle volte a botti a tubi fittili. Furono progettate da Archimede”. Seguendo l’ordine delle antiche città greche, giungendo all’Agorà centrale, le pietre e le rocce ci parlano del loro antico ruolo. “Questa è la famosa casa di Eupolemo, dove furono trovati gli argenti”. A lato della strada, un anonimo rudere. “Quassù si ergeva il quartiere dei nobili”. Dai mosaici ancora incredibilmente conservati. “Il granaio per la preservazione delle messi…Ed ecco l’antica fontana. Il forno, dove gli abitanti cuocevano il pane… Ed ecco il teatro, la mia parte preferita. Fermo lì! Senti la fonetica… Perfetta!”. Splendido nella sua architettura.

Morgantina rivive

Ed è qui che ogni anno culmina lo spettacolo “Morgantina rivive”, dove attori e figuranti aidonesi inscenano atti teatrali di stampo classico, portando visitatori e turisti a scoprire l’eterno splendore della città. Morgantina assaporata al calar del sole, con la luce della luna e delle stelle, in un’atmosfera magica e suggestiva. Morgantina vive ancora. Nella passione di coloro che hanno deciso di recuperare e rivalorizzare in diversi progetti socio-culturali di ampie vedute. Un modo per riportare l’uomo al centro della sua eredità. Riotteniamo la strada principale, lastricata di sanpietrini. “Laggiù! Quella buca…” Apparsa nella notte. “Chissà cos’ha portato via”. Lo sguardo infranto. Una terra forte e straordinaria. Purtroppo anche fragile e minacciata. Vecchie contraddizioni che si occultano e palesano in eterne promesse che le nuove generazioni non riescono più a digerire e che allontanano il cambiamento. Cambiamento il cui seme attende nella terra bianca e rossa che ricopre queste fertili lande. “Anche per questo ho voluto piantare nella memoria dei miei figli i semi della grandezza ancora intatta di Angkor, pur in rovina. Per questo dico agli amici: “Andateci ora!” Da quei semi, in qualche modo, da qualche altra parte, continuerà a germogliare una vita che aspira al grande”. Tiziano Terzani, “Fantasmi”.