Nella terra di Gengis Khan

Ecco la storia di un viaggio verso terre lontane, verso le terre di Gengis Khan. Un percorso verso est raccontato in un libro: 12.000 chilometri che separano Torino da Ulan Bator. Il Grande Khan è la storia di tre ragazzi che partono per Ulan Bator a bordo di una vecchia autoambulanza della Piaggio. Un viaggio imponente, allestito nell’ambito del Mongol Rally, evento automobilistico non competitivo organizzato a scopo di beneficenza. Le finalità oblative dell’evento tuttavia non esauriscono le motivazioni che ordiscono la trama di questo viaggio, né le conseguenze che quest’impresa ha sulla vita dei protagonisti. Il contatto con l’Altro, l’avanzata verso una parte di mondo aliena ai ritmi occidentali, il ritrovamento di valori che la velocità moderna tende a far dimenticare, la scoperta dell’amicizia attorno al fuoco della sera. Il tragitto verso Ulan Bator è un viaggio alla riscoperta di un’autenticità che tendiamo a dare per dispersa. Il libro di Federico Mosso, semplice, divertente, incalzante, ci ricorda come sia possibile ritrovare i frammenti di quest’autenticità girando semplicemente il cofano dell’auto verso est, spogliandosi dei pregiudizi, abbandonandosi all’innata attrazione che da sempre l’uomo nutre verso l’ignoto e partendo. Racconta l’autore: “La voglia di scoprire e di fare un viaggio da ricordare per il resto dei nostri giorni. Volevamo fare qualcosa di straordinario, un road trip guascone ma determinatissimo nell’arrivare alla meta. Una delle peculiarità più importanti del Mongol Rally, evento automobilistico annuale che definirei slowtrip, è proprio la sua internazionalità. I partecipanti arrivano da ovunque, sono avventurieri in erba, nomadi della strada. E’ stato bello ritrovarsi in lande lontane e desolate durante il viaggio e conoscere altri equipaggi attorno al fuoco della sera in angoli di mondo che paiono di altri pianeti. Ricordo ancora un episodio in Mongolia nordoccidentale, vicino alla città di Khovd: dopo passi di montagna, gole e piste in bilico su strapiombi abbiamo incontrato una dozzina di altre vetture abitate da spagnoli, inglesi, austriaci. Tutti assieme ci siamo lanciati nella steppa colorata da uno dei tramonti più belli della mia vita mia. Rombammo tutti assieme, diversi nelle nazionalità, uniti nel viaggio”.

genghis-khan-1300828_1920

L’incedere verso Est, verso la terra di Gengis Khan (nella foto) è stato un lento disvelarsi di culture diverse. La vecchia Europa diveniva sempre più marginale e lasciava spazio a popolazioni che sembravano provenire da un altrove difficilmente collocabile, da un mondo alieno, con tempi e concezioni del mondo a volte ribaltati. Ci sono rotte per masse turistiche, dove le differenze tra visitatori e i locali vengono appianate per rendere tutto più quieto e più accogliente. Non è il caso del Mongol Rally. L’Altaj siberiano rimane una terra di confine e la Mongolia on the road è medievale, uno di quei remoti angoli di mondo ancora incontaminati dai ritmi globali. Si parla di omologazione di costumi e standard di vita. La Mongolia, fatta esclusione della capitale, è ancora un’eccezione. E’ il Far East. La scoperta, se essa ha ancora valore, in questo pianeta sempre più piccino e affollato, è verso Levante. Ma in che modo i protagonisti di questa avventura hanno vissuto l’impatto con la diversità e con le difficoltà comunicative? “Devo essere sincero – afferma Federico Mosso – quello che sul momento mi sembrava spiacevole, ora, a distanza di tempo, è mutato in un ricordo piacevole, un qualcosa da ricordare come elemento di avventura. Comunque i fastidi più grandi ci sono arrivati dalla polizia russa e kazaka. Molti sceriffi locali sono corrotti, pretendono un obolo dai viaggiatori sotto la minaccia di multe per infrazioni inventate lì per lì. Sono improvvisatori della mancia. Il problema è che non parlano inglese, nessuno lo parla ad est di Mosca, nessuno. E quindi è litigare a gesti tra documenti svolazzanti e carte in cirillico”. “Ricordo un episodio: stringemmo amicizia con dei ragazzi russi conosciuti una sera tra le montagne della Siberia sudorientale. Per la notte avevamo affittato una capanna di legno in cui facemmo ardere un fuoco al centro del pavimento il cui fumo usciva da un buco sul tetto. Con il fuoco che bruciava in mezzo ai nuovi incontri, con il sangue diventato caldo dai continui “Nas darovje!” e con bottiglie e bicchieri che si scontravano felici, quella sera sotto quel tetto di legno, quattro italiani e tre ragazzi siberiani furono amici per la pelle.

mongolia-1041539_1920

Per arrivare ad Ulan Bator via terra ci sono tre grandi vie. La prima è puntare a Mosca e poi seguire la lunga arteria autostradale trans mongolica, un serpente d’asfalto infinito e comodo che porta in Mongolia in una decina di giorni, senza buche e cammelli tra le scatole. Poi c’è la rotta centrale, quella che abbiamo seguito noi, ovvero: Torino Svizzera Austria Germania Boemia Polonia Lituania Lettonia Mosca; poi muso del mezzo verso sud, verso il Volga e l’Asia; lo strano e giallo Kazakistan fino ai confini con la Cina; sterzata in direzione Nord; Siberia, Repubblica dell’Altaj e infine Mongolia. Oppure c’è il passaggio a sud. Si tratta di penetrare i Balcani, affrontare la Turchia e poi la grande avventura dell’Asia Centrale e della Via della Seta: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan, Altaj e Mongolia. Una tratta bellissima, avventurosa, lunga. Un viaggio che richiede un formidabile spirito d’adattamento. E’ necessario affrontarlo con amici affiatati e con la stessa visione delle cose. Si sta in stretto contatto per settimane, bisogna saper affrontare la fatica con serenità. Indispensabile anche una buona pianificazione ma è essenziale essere uomini curiosi e affamati di esperienze di viaggio.

30 maggio 2014