Da Panama all’Oceano Pacifico

Diario di viaggio dello skipper Bruno Fazzini a bordo del Pink Jaws, un ketch 47′, che ha effettuato il giro del mondo in barca a vela. Panama, correva l’anno 1993…

Quando, alla fine di marzo 1993, sbarchiamo all’aeroporto di Panama City, paese dove abbiamo lasciato il Pink Jaws in attesa di riprendere il mare, siamo superattrezzati. Ho acquistato una radio Icom 800 marina con frontalino di comando separato, timone automatico elettronico Vetus come la nostra timoneria idraulica, gennaker, MPS e abbiamo spedito via aerea 100 mt di catena calibrata e un’ancora Delta. Il Pink Jaws è in ottime condizioni, unico neo le macchie di catrame lungo le fiancate provocate dalla nafta che spesso galleggia sulla superficie dell’acqua. Non riusciremo a toglierle completamente. Altro problema, il solito, la carena, ma qui non esiste travel-lift, quindi dovremo fare una pulizia subacquea. Per prima cosa iniziamo la visita nei vari uffici per ottenere i permessi per passare il canale. Riusciamo a prenotare l’entrata per la settimana successiva in modo da avere il tempo di montare le nuove apparecchiature. Radio e antenna non portano via molto tempo ma il timone automatico si rivela un osso duro. Dobbiamo smontare la timoneria idraulica e inserire la pompa elettroidraulica comandata da un computer da montare all’interno. Fissiamo il pannello di comando nel pozzetto vicino agli strumenti del vento, la bussola elettronica trova posto a prua lontano da qualsiasi interferenza. Il grosso problema tecnico è l’intestazione dei tubi in rame e in gomma per inserire i vari raccordi. L’unica officina specializzata, è a Panama City per cui siamo costretti a continui spostamenti in auto tra Colon e la capitale. Alla fine tutto funziona perfettamente anche se la verifica avverrà solo quando usciremo dal marina. Un laboratorio specializzato collauda perfettamente la zattera di salvataggio sostituendo tutto, viveri, acqua e bombola di gonfiaggio. Siamo talmente presi da questi lavori che non risentiamo delle restrizioni cui siamo costretti dall’alta pericolosità delle zone esterne al marina e al centro di Colon. Arriva in porto il Messer Polo di Lauretta e Vincenzo Scarpa che dopo aver partecipato alla regata di Colombo America 500 proseguono per il giro del mondo accompagnati dal figlio Marco. Questa conoscenza è molto importante non solo per aver trovato dei simpatici nuovi amici ma anche perché Lauretta è un ottima radioamatrice ed è al centro delle comunicazioni tra le barche. Ci informa sulle nuove frequenze e soprattutto insegna come utilizzare la radio e solleva qualche dubbio sulla nostra antenna a quattro poli. Solo dopo Tahiti riusciremo a comunicare correttamente. D’altronde anche per questo è necessaria l’esperienza e noi la faremo abbastanza velocemente. Apprendiamo via radio che i nostri amici del Tatanai hanno anticipato i tempi e sono già in navigazione verso la Polinesia seguiti da Federico del Toti che ancora non conosciamo ma che diventerà un nostro grande partner. Ormai siamo quasi pronti per partire, riforniamo la cambusa in un supermercato di Panama City, acquistiamo persino vino italiano e addirittura del gorgonzola. Quando viene il misuratore che verifica le dimensioni della barca per stabilire il prezzo del transito, stiamo finendo di montare la timoneria. Ci comunicheranno via VHF il giorno e l’ora della partenza. Servono quattro cavi d’ormeggio lunghi almeno 40 mt l’ uno e dobbiamo ingaggiare due indigeni perché a bordo oltre allo skipper occorrono altre quattro persone, per poter regolare i cavi che terranno ferma la barca nelle chiuse durante le operazioni di riempimento o svuotamento dell’acqua. Provvede a tutto il commodoro e ci procura due bravi e muscolosi giovanotti dotati già delle quattro cime necessarie. Il tutto per un costo di 140 dollari. Il primo a partire sarà il Messer Polo che offre la cena a base di pasta e fagioli alla veneta, lo ritroveremo a Balboa, dopo il canale, in Pacifico. Quando è il nostro turno, diamo fondo la mattina presto nella zona d’attesa all’esterno dello Yacht Club e aspettiamo l’arrivo del pilota che ci guiderà nella prima parte del canale fino alla chiusa di Gatun Lake. Dopo circa quattro ore finalmente si avvicina la pilotina e trasborda il pilota, possiamo partire.

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Siamo emozionati, passare il canale di Panama (nella foto) significa entrare in Pacifico, significa Polinesia, atolli, il fascino dei mari del Sud , da qui non si torna più indietro, l’Atlantico, il Mar dei Caraibi ormai tutto è lontanissimo. Tre grandi chiuse innalzano le navi e le barche per fargli superare i circa 90 mt di dislivello tra il Mar dei Caraibi e Gatun Lake lago artificiale al centro del canale. Entriamo nella prima chiusa e affianchiamo un grosso rimorchiatore protetto da enormi pneumatici neri i cui segni rimarranno per un bel pezzo sulle nostre fiancate. Un’ altra barca si mette alla nostra destra, davanti abbiamo una nave. Lentamente le grandi porte in ferro della chiusa si serrano e viene immessa l’acqua che arriva qui per caduta. Veniamo sollevati per una trentina di metri fino al livello del prosieguo del canale che porta alla chiusa successiva. I nostri due uomini si rivelano molto esperti e conoscono bene tutte le varie fasi di attraversamento. Le zone intorno al canale sono molto belle, selvagge e coperte per la maggior parte da una foresta tropicale molto fitta. Alla fine del Gatun Lake prima di iniziare a scendere verso il Pacifico diamo fondo per la notte, domani salirà un altro pilota per guidarci nell’ultimo tratto. Evitiamo di fare il bagno perché le acque sono infestate da coccodrilli. Oltre che profondi conoscitori del loro lavoro gli aiutanti sono anche due ottime e insaziabili forchette. Per cena riesco a sistemarli solo propinandogli riso bollito con tonno in scatola e una grossa marmitta di patate in salata che loro naturalmente annaffiano abbondantemente di ketchup. Le chiuse discendenti le passiamo senza problemi con solo un po’ di paura nell’ultima a causa della corrente provocata dalle grosse eliche di una nave. Verso le 17 passiamo sotto il grande ponte che unisce le due parti di Panama city e ormeggiamo a una boa del Balboa yacht club. Non distante da noi c’è il Messer Polo. Dalla parte del Pacifico la marea è molto sensibile con un’escursione di oltre cinque metri. Restiamo ancora un paio di giorni, dobbiamo fare il pieno di gasolio comprese le venticinque taniche che portano la nostra autonomia a motore a 800 miglia. Così siamo sicuri di poter coprire il tratto tra Panama e le Galapagos che a detta di molti navigatori è caratterizzato dalla assoluta mancanza di vento. Il bar dello Yacht Club è molto accogliente e lo visitiamo spesso. Panama city è una grande città e la parte abitata dagli americani militari o addetti al canale è molto bella e anche sicura. Il centro è animato e ricco di negozi e ristoranti. Non è sicuramente Colon. Qui i segni della recente invasione americana per catturare il dittatore Noriega sono ormai cancellati. L’unico rimpianto dei panamensi per la dittatura è l’assoluta mancanza di delinquenza in quel periodo. Nessuno infatti osava sfidare una giustizia crudele e sbrigativa. Poi invece con l’arrivo degli americani e la grande disponibilità di armi abbandonate dall’esercito in fuga la polizia ha perso molta credibilità e ladri e malfattori di ogni genere hanno avuto il sopravvento. Fortunatamente noi non abbiamo avuto alcuna esperienza negativa, abbiamo però evitato per tutta la nostra permanenza le zone pericolose e le uscite notturne, badando a uscire sempre in tre, possibilmente in auto con le sicure delle portiere abbassate.

Le rande sono montate, i rifornimenti di acqua e combustibile completati , possiamo proprio partire. Il pomeriggio del 6 aprile lasciamo la boa salutando con un lungo suono dell’avvisatore acustico il Messer Polo che partirà due giorni dopo. Ora siamo veramente in Pacifico, sembra quasi un sogno navigare in questo Oceano così mitico e lontano e poi con destinazione le straordinarie Galapagos, meta che probabilmente non abbiamo provato neanche a sognare tanto era irraggiungibile. Invece è realtà. La costa di Panama, dell’America centrale si allontana e una grossa balena col suo getto bianco ci dà il benvenuto in queste acque. Sarà l’unica che vedremo in tutta la traversata contrariamente a quanto descritto dai portolani che addirittura mettono in guardia sul pericolo di scontrarsi con uno di questi cetacei durante la notte visto l’alto numero di presenze. Però dopo l’esperienza della traversata atlantica le balene preferisco ammirarle nei documentari televisivi. Dopo un primo tratto a motore, quando siamo al limite del golfo di Panama si alza un bel vento quasi al traverso e il Pink Jaws fila via veloce a sette/otto nodi. Avvicinandoci all’equatore, però, il vento tende a scomparire. Il giorno 12 alle ore 9.30 il Pink Jaws attraversa per la prima volta la grande linea che taglia la Terra in due, ed entra nell’emisfero Sud. Il momento è solenne e l’Oceano richiede da parte di ognuno di noi un sacrificio. Stappiamo un Veuve Clicot per festeggiare il passaggio dell’Equatore e il mio compleanno con un giorno d’anticipo. E’ l’ultimo giorno di navigazione. Alle 18.30, proprio un attimo prima del tramonto entriamo nella grande Academy Bay nell’isola di Santa Cruz; in avvicinamento incrociamo una grossa testuggine marina che nuota lentamente in superficie.

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