Polinesia, paradiso perduto

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Correva l’anno 1989 e in Polinesia Francese ci arrivavi con lo spirito di colui che è sbarcato in paradiso. L’epoca delle vacanze con volo charter più tour operator, iniziata in Italia con la mitica AirEurope, non era ancora avviata. La prima sensazione, allo sbarco a Tahiti, fu essere avvolti dal dolcissimo profumo dei tiare, e dal tepore dei Mari del Sud. Tahiti, già all’epoca, era una città moderna, e per molti aspetti trasgressiva. Di certo non la meta di un viaggio alla ricerca dei paradisi perduti. Per questo, dopo un overnight a Tahiti, l’indomani presi un volo per Bora Bora: un cappello di lava e un atollo corallino di infinita bellezza. Presi in affitto un piccolo bungalow sulla spiaggia e cominciai le esplorazioni dei fondali marini: in quegli anni erano perfettamente integri. Le prime immersioni subacquee della mia vita furono strepitose e mai, in futuro provai sensazioni analoghe sott’acqua: la prima immersione fu a mezzo miglio dal corpo centrale dell’isola di Bora Bora, fra teste di corallo rosa e lilla, in un’acqua che pareva cristallo liquido, completamente circondato da squali pinne nere che – passatemi il termine – pascolavano sereni nel reef. La seconda immersione fu fuori dalla barriera. All’improvviso la luce che filtrava dalla superficie si oscurò: d’istinto alzai lo sguardo e vidi i giganti del mare: mante che fluttuavano con la loro straordinaria eleganza a pochi metri sopra la mia testa. Per fortuna non sono incline al panico, ma fu un contatto ravvicinato da cardiopalma, non solo per le dimensioni di queste meravigliose creature, ma anche per il loro numero.

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Le giornate a Bora Bora trascorrevano placide e assorte. Tramonti infuocati chiudevano giornate ricche di emozioni e le notti trascorrevano solitarie fra quelle quattro pareti di legno a due metri dalla laguna. Il sonno sopraggiungeva con lo sciabordio delle onde sulla battigia e la sveglia era assicurata dai raggi del sole, all’alba. Uomo e natura, uomo e mare: binomio inscindibile. Dopo dieci giorni, presi un volo per Rangiroa, un anello di corallo senza terra al centro. Dell’origine vulcanica non c’è più nulla. Qui presi in affitto una piccola palafitta sul mare. Niente diving, ma solo immense e sconfinate nuotate nella laguna. E poi escursioni in barca sugli altri frammenti corallini con quattro palme a fare ombra, nei silenzi irreali del Pacifico. Un viaggio dell’anima.