Reunion, vulcani e pesci tropicali

Ore 10,30, atterriamo puntualissimi a Reunion. Run, come dicono i francesi. Territorio d’Oltremare, a poche centinaia di miglia ad est del Madagascar, è un piccolo puntino nell’Oceano Indiano meridionale. L’isola si svela docilmente, splendida in questa luce intensa, viva, autentica, un melange perfetto fra etnia creola ed eleganza francese. Il caldo abbraccio dei Tropici ci avvolge, una sensazione familiare, che ben conosciamo. Ed è molto, molto piacevole. Il fragrante e al contempo delicato profumo dei fiori di frangipane ci avvolge, appena fuori dall’aeroporto, allietato ancor di più dal leggiadro cinguettio degli uccelli, immersi nella vegetazione lussureggiante. E’ un altro mondo. Le strade ghiacciate, le giacche a vento, i corpi intirizziti dal freddo sono già ricordi lontani, di un’altra vita, a seimila miglia dietro di noi. Ore 15, siamo già in spiaggia, il nostro piccolo ma elegante Hotel, Le Nautile, in perfetto stile creolo, è adagiato sul lato occidentale dell’isola, protetto da una lunga barriera corallina, che sorveglia una laguna incredibilmente ricca di pesci e di colonie di coralli, vivi e colorati, intensamente popolati e animati. Pezzetti di corallo punteggiano la spiaggia. Sto contemplando il fondo del reef: nel braccio di mare di fronte all’hotel vedo tutti i pesci tropicali che abitualmente abitano la barriera. Raramente ho osservato un simile spettacolo sottomarino. Forse in Polinesia… Ceniamo di fronte alla piscina – tartare di tonno, birra ghiacciata e un sorbetto all’orchidea – a due passi dalla laguna, la brezza di mare rinfresca l’aria torrida. Ripenso a chi è a casa: perché viviamo dove viviamo? Chiudo gli occhi e inspiro il profumo del mare, ascolto il rumore delle onde che s’infrangono sul reef, in lontananza. E poi la fragranza dei fiori.

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Nella pancia del vulcano

L’indomani si va ad esplorare le colate di magma e le grotte di lava. Le eruzioni del 2001 hanno scavato nelle profondità della terra delle lunghe gallerie che portano fino al cuore dell’isola, fino al cuore proibito e palpitante del vulcano, dove il magma ribolle pronto per la prossima eruzione. Scendiamo in queste gallerie e percorriamo luoghi di fantascienza, che sembrano le viscere di alien, avvolti in colate di basalto che fanno accapponare la pelle. Chilometri e chilometri di grotte nascoste e pericolose, considerato che chissà dove, magari dietro questa parete, o quell’altra, la lava continua a scorrere: torrenti sotterranei incandescenti, che hanno segnato le colate di roccia fusa e raffreddata con un’infinità di vene e arterie ormai sterili dove il sangue del vulcano non scorre più. Poi andiamo a vedere le falesie di lava, dove il fiume di roccia incandescente ha compiuto un salto mortale nell’Oceano, ribollendo e raffreddandosi all’istante in un’esplosione di vapore acqueo e gaiser. Immensi muri neri a picco sull’Oceano, dove le onde gigantesche muggiscono e assaltano la fragile roccia proveniente dal centro della terra. Infine le cascate di Langevin: qui l’acqua sorgiva che nasce in cima alle montagne piomba in un tripudio di vegetazione in piccoli bassin, dei laghetti circondati da bananeti, flamboyant, litchis… Quest’isola è nata 3 milioni di anni fa: un vulcano sottomarino ha eruttato l’anima portando il magma, e dunque la terra, sopra il livello del mare. La vita si è impiantata qui, dapprima qualche arbusto pioniere, e poi, nei secoli, la foresta tropicale. Sul lato occidentale si è formato il reef, e di seguito la laguna e tutto il resto. Ma il vulcano, affiancato nel corso dei millenni da un fratello, ha continuato ad eruttare, proseguendo il suo cammino verso il cielo. Poi, forse, il corrugamento ha dato una mano. Oggi Run ha montagne alte più di 3mila metri, dove nevica, e spiagge tropicali dove ci sono 35 gradi di temperatura, con l’acqua che oscilla attorno ai 30 gradi. Entrambe le cose nello stesso momento. La mattina nuoti nella laguna bollente, abbrustolisci al sole in costume da bagno, e il pomeriggio ti ritrovi con la giaccavento addosso e gli scarponi ai piedi in cima ad una montagna, da cui domini l’Oceano Indiano. Incredibile. Davvero incredibile. Forse è per questo che l’Unesco ha decretato che Run è patrimonio dell’umanità. Comunque, Langevin, 500 metri di altitudine, è un luogo dove l’acqua sorgiva piomba in uno splendido lago nella foresta, come tanti ce ne sono sull’isola. Non siamo soli: ci sono molti creoli, e qui le ragazze sono delle gran belle ragazze, una perfetta mescolanza di quei delicati tratti francesi e dell’affascinante femminilità e prosperità creola. Stessa cosa per gli uomini. Un melange superbo. Dunque si cena a lume di candela, con quello che c’è: marlin alla griglia e un pastrocchio creolo con spezie, birra locale Dodo (che mi aiuta a scrivere quello che state leggendo) e dolce alla vaniglia. La notte scende veloce e ce ne andiamo in spiaggia, sotto un cielo di miliardi di stelle. Grazie ad un black out non c’è elettricità, e quindi la notte è notte. Orione domina la volta, con la sua cintura che sfiora la via lattea. Forse è vero: siamo una colonia aliena. O forse chi ha immaginato il progetto Genesi aveva bevuto come me qualche boccale di troppo di Dodo. Oppure, chissà, Dio è lassù nascosto fra le stelle e ci sta guardando. Ripenso al bagno di oggi fra le onde gigantesche di Etang Salé, dove si pratica surf e la spiaggia è nera come pece. Abbiamo fatto body surf (così l’abbiamo battezzato, troppo divertente) al tramonto: si tratta di fiondarsi nelle onde, seguendone l’impeto, ma senza tavola: semplicemente con una mezza muta addosso. Ripenso alle grotte di lava: se cedeva la volta, come in più punti ha ceduto, eravamo morti.

In cima al Piton

Terzo giorno: sveglia prima dell’alba, la stella del mattino brilla ancora, gli uccellini cominciano a cantare. L’aria è fresca, il profumo del mare è intenso. Si parte per il Piton de la Fournaise, il grande vulcano vivo, attivo, pronto a vomitare lava incandescente. Dopo un lungo viaggio in auto, raggiungiamo quota 1.800 metri e poi si procede a piedi fin quasi a 2.500, fino alla bocca del vulcano. L’immenso cratere del Dolomien, il cratere principale, si spalanca davanti a noi, all’improvviso: non ci sono parole per descrivere né quello che in un attimo coglie lo sguardo, né le sensazioni che rimbalzano dentro l’anima. E’ imponente, immenso, spaventoso. E noi, piccole formiche umane, siamo lì, sul ciglio di questa immensità, una voragine quasi perfettamente circolare del diametro di due chilometri o forse di più, profonda 500 metri, alla base della quale c’è un mostruoso tappo di lava raffreddata che comprime l’energia prorompente che sale direttamente dal centro della terra. Fumarole e borbottii, crepe nel terreno e lava di tutti i colori: rossa perché ricca di ferro, metallizzata perché ricca di basalto, azzurra e argento perché è ricca di cristalli, gialla perché è sulfurea, perfino bianca per lo zolfo polverizzato. E poi un mare di lapilli sotto i piedi. Colori che si mescolano. Forse siamo stati catapultati su Marte e non ce ne siamo accorti. Su questo versante il vulcano ha eruttato nel giugno 2010, poi in una notte l’intero cratere del diametro di due chilometri è sprofondato, è precipitato verso il centro della terra, in un boato mostruoso, dando vita a questo cerchio perfetto. Le pareti laterali continuano a sbriciolarsi, stiamo rischiando molto affacciandoci su questo mondo dominato dalle forze più selvagge e violente della natura. Nel dicembre 2010 c’è stata l’ultima eruzione, ma non qui, bensì in un’altra sacca magmatica a poche centinaia di metri da questo punto, più a sud. Raggiungeremo la nuova colata di lava nel pomeriggio: fuori è fredda ma a 2/3 metri di profondità la temperatura della roccia è di 300 gradi. Il magma fuoriesce a 1.200 gradi, e ovviamente scioglie tutto. Attualmente, secondo i vulcanologi, si trova a 2mila metri sotto il nostro sedere. Faccio un rapido calcolo mentale, mentre camminiamo verso l’ultima colata: qui siamo a 2.500 metri, il magma si trova 2 mila metri sotto di noi, il che significa che a 500 metri sopra il livello del mare c’è lava in attività. Quindi ieri, quando ci siamo infilati nelle gallerie e ci siamo addentrati verso il cuore dell’isola, in pratica eravamo al di sotto della profondità minima in cui c’è lava, cioè avevamo magma incandescente non solo intorno a noi, ma anche sopra le nostre teste… bene. A 2.500 metri ci sono mucche, fa fresco, c’è neve e grandine per terra. In un’ora di auto passi dall’estate all’inverno. Un viaggio nel tempo. Ore 17, siamo di nuovo al mare, 32 gradi di temperatura, e facciamo body surf fra le onde di Etang Salé, fino al tramonto.

Hermitage sottomarino

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Giorno numero 4: colazione luculliana e poi spiaggia dell’Hermitage, dove facciamo snorkeling in una foresta di coralli azzurri, rosa, viola, avorio… colonie a corna di cervo, cervello, e naturalmente colonie di pericolosi coralli di fuoco (per gli sprovveduti – o i fessi – che li toccano), fra butterfly fish, angel fish, balestra picasso, sergeant fish, cernie, polpi, pesci chirurgo, pesci pappagallo, murene che si muovono sinuose… in un braccio di mare di mezzo miglio vediamo tutto quello che si può sperare di vedere in una barriera corallina, tanto è ricco e vivo il reef. Un plateau che sopravvive al turismo, per fortuna non di massa, ma prevalentemente locale. Per pranzo: ananas, litchis, mango, banane, frutto del cactus. Nel pomeriggio quattro passi nella foresta tropicale, dove è stato ricavato un giardino botanico, un giardino dell’Eden: siamo investiti dal profumo dei frangipane, e ci muoviamo all’ombra delle palme dei viaggiatori. Il tramonto va in scena sulla spiaggia, mentre a piedi costeggiamo la laguna fra il nostro hotel, Le Nautile, e l’Hermitage. Cena con tartare di tonno, poi un sigaro davanti alla laguna e nanna. Domattina sveglia alle 5 (ora locale).

Il circo di Mafate: neve ai tropici

Ed eccoci di nuovo in pista: stavolta gli uccellini dormono ancora quando ci alziamo. Le stelle splendono nel cielo e il sole non è ancora sorto. E’ l’alba di un giorno nuovo. Ci arrampichiamo con il 4×4 verso quota 1.500 metri attraversando fiumi e superando scarpate. La stella del mattino continua a brillare nel suo cielo, fra le palme. Ma il giorno ci piomba addosso all’improvviso, come sempre da queste parti. In pochi minuti, questo mondo assopito viene investito da una luce prepotente, accecante, e subito avvolto dal tepore del sole che sorge, e noi siamo già ai piedi del Cirque de Mafate, la catena montuosa con cime di 3 mila metri (Piton de Neige). Ci addentriamo nella foresta tropicale, fra agavi gigantesche, flamboyant, palme e manghi (chi ha fame s’arrampica su un albero, si prende la frutta e se la mangia), raggiungiamo senza troppa fatica un anfiteatro di irte cime incontaminate, fino al piccolo villaggio di Cayenne: una chiesa, un hotel con quattro stanze (branda, materasso, una sedia), un dispensario medico, una dozzina di case. Prendiamo un po’ di frutta. Tre ore di marcia, ma è un angolo di paradiso. Non c’è nessuno. Per venire qui si deve partire per forza all’alba. Appena sorge il sole la temperatura sale ferocemente e non è più possibile mantenere un buon passo di marcia. Il sole ti cuoce. Così alle 10 siamo già in cima e proseguiamo lungo questo percorso (alla fine faremo circa 18 km di trekking assai tosto), raggiungiamo uno dei torrenti che solcano Mafate e facciamo un bagno refrigerante, in uno dei numerosi canyon: sopra di noi ci sono irte cime di pietra lavica levigata dal tempo, dal vento e dalla pioggia. La sera, ore 19, aperitivo a La Bobine, simpatico beach-bar e ristorantino sulla spiaggia, appollaiati davanti all’Oceano al tramonto, con il sole che si tuffa dietro l’orizzonte per lasciare spazio e tempo alla notte magica, ai miliardi di stelle che fra poco compariranno come per magia sopra le nostre teste. Un drink con cocco e rum, un guacamole e un buon sigaro. Al Nautile (ci si torna a piedi) mi aspetta pesce crudo e una notte stellata: sarà il momento della contemplazione.

Rafting con i corpo

E siamo arrivati al 7 gennaio: sveglia tardi, colazione abbondante, bagno fra i coralli davanti all’hotel. Sensazioni surreali: di isolamento, di silenzi, di fiera solitudine, che ho provato in altri luoghi di mare: in qualche isola remota alle Maldive, a Rangiroa… in superficie non si muove un’anima, ma sotto, c’è un mondo che brulica di vita in totale fermento. Ma tutto avvolto nel silenzio. Ho fatto buoni avvistamenti sott’acqua, grazie anche alla marea che cresce. Poi partiamo per Saint Benoit, per fare rafting. Rimontiamo a piedi il Marsousin, il fiume che scende dalle alte montagne tropicali, indossiamo la muta e scendiamo giù lungo le rapide. Approdiamo di tanto in tanto per fare anche un po’ di floating, cioè del rafting con il corpo: braccia chiuse sul petto, e giù con le gambe tese fra piccole cascate, anse e scogli affioranti, troppo divertente e anche troppo incosciente: inevitabili le botte e i lividi sul sedere. Fanno parte del gioco. Rientriamo verso Saline le Bains, ci fermiamo alla cascata della Paix: il fiume, la Riviere des Roches, si getta nell’Oceano dopo aver creato nella vegetazione lussureggiante numerosi bacini e laghi naturali, collegati fra loro da mirabili cascate come quella della Paix, dove l’acqua fa un salto impressionante, circa 30 metri, e si getta con un ruggito nel profondo bacino sottostante. Negli anni l’acqua ha scavato la montagna e ha creato un anfiteatro dove, indossata la muta, ci tuffiamo per tentare di raggiungere a nuoto la cascata. Impresa impossibile, ovviamente, per due ragioni: primo perché la forza imponente dell’acqua ci spinge via, verso la riva, secondo perché se anche riuscissimo a raggiungere la cascata, saremmo travolti da tonnellate di acqua. La sera cena creola, al ristorantino sulla spiaggia, sotto un gazebo di legno, davanti all’Hermitage. Ragazzi, ma chi torna più a casa?

Il ruggito del mare

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Mare, mare, solo mare. La giornata numero 8 trascorre fra l’Hermitage e quel tratto di laguna su cui si affaccia Le Nautile. Dopo una colazione abbondante, con ananas, papaya, mango, uva, melone, arance, croissant francesi e caffè, andiamo a piedi, lungo la laguna, all’Hermitage, dove facciamo un’ora di snorkeling, poi torniamo a piedi fino al Nautile, cotti a puntino dal sole. Si rabbuia, forse pioverà. Prendo una canoa oceanica, larga e con un ottimo galleggiamento, ben stabile, e vado ad ascoltare il ruggito del mare: mi avvicino fino a pochi metri dal punto in cui le onde dell’Oceano si infrangono sul reef. Onde gigantesche che esplodono sul muro di corallo che protegge la costa. Scivolo veloce e silenzioso sul pelo dell’acqua, fra le foreste di corallo sommerse, prestando molta attenzione a non avvicinarmi troppo. Governo con cura la canoa fra i coralli mi spingo oltre il lecito, ma il richiamo è forte. Mi fermo e mantengo stabile la prua frontale rispetto alle onde ormai spezzate dall’impatto con il corallo (di traverso mi ribalterei), e respiro, respiro profondamente: inspiro il profumo del mare, assorbo il boato che sale dalle profondità. La sera, all’Hermitage, di fronte alla laguna… in silenzio, ad ascoltare il vento che soffia e scioglie i capelli… in silenzio a contemplare le stelle, che tempestano come gemme questo cielo australe… in silenzio ad immagazzinare nel profondo della memoria questi istanti di vita…

Au revoir Reunion

Ultimo giorno. Sveglia alle 6.59 e via con lo snorkeling nella laguna silenziosa, sonnecchiante, giusto per dare il buongiorno ai pesci. Dopo una colazione abbondante si sale in montagna. Rimontiamo strade che si perdono all’interno, nella foresta, a mille metri di quota ci imbattiamo in un villaggio creolo, Petite France, e successivamente raggiungiamo Le Bassin de Cormoranes, un angolo di paradiso terrestre con un’immensa cascata nella foresta vergine, che si tuffa in un lago delizioso incastonato fra irte pareti di roccia. L’acqua è fresca, indossiamo le mute e via, dentro: nuotiamo fino alla cascata in un’acqua purissima, limpida, che inonda ogni pensiero. Poi, abbarbicati su uno scoglio, sgranocchiamo un pranzo veloce e rientriamo al Nautile per l’immancabile nuotata in laguna. Un’ora fra pesci e coralli, per un ultimo saluto. Ogni incontro è una sorpresa: oggi è la festa di polpi e murene. Sigaro e birra sulla spiaggia. Mentre scrivo, davanti a questa laguna ed ad un imperioso cielo stellato, ascolto il mare che mi saluta ruggendo. Au revoir Reunion.