Sudafrica, ritratti d’autore

Sudafrica. Sfreccia, scalpita imbizzarrita la nostra mente. Impazziti, assetati, ferventi di conoscenza gli occhi non si riposano un attimo… Quali visioni maestose rischierebbero di perdere per sempre se il sonno avesse ragione di loro! Come un pittore impressionista che si diverte a stordire con i suoi dipinti il pubblico astante, il paesaggio attorno a noi si riempie di colori dai toni vivaci, in una così contrastante sintonia che il risultato è ammaliante. Il giallo dei campi di colza, il verde dell’erba sulle colline, l’azzurro del cielo, il chiaro scuro sfumato delle nubi si mescolano in un’unica sontuosa entità paesaggistica.

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Seconda tappa di un viaggio ai confini del mondo

Siamo in Sudafrica, seconda tappa di un viaggio ai confini del mondo. La strada grigia si perde all’orizzonte, immersa tra campi coltivati, prati verdi, vigneti. Mandrie di ovini e bovini, attorniati da stormi di uccelli selvatici tra cui ibis sacri e gru blu, sono gli abitanti di queste lande. Una strada rossa, polverosa, piena di sassi, che corre tra recinti e fattorie, collegando città a paesi dispersi tra i monti, su cui si intrecciano le quotidiane ed evolutivamente antiche vicende di uomini e cercopitechi verdi, è l’immancabile e irrinunciabile imprevisto che si staglia davanti al nostro cammino. Il viaggio “on the road” significa abbracciare il paese che si sta visitando, sentirne l’alito vitale, accoglierne ogni sfumatura, empatizzare con esso. Non sei più un’anonima presenza su un suolo straniero, sei tu stesso parte di quella terra. E se ti trovi in Africa il legame è ancora più forte. Viaggiamo veloci da Gansbaii a Porth Elizabeth. Sostiamo a Colchester per dormire e cenare prima di tutto. “Qualcosa di tipico? A noi piace mangiare carne. Di solito quando organizziamo una grigliata con degli amici ognuno porta qualcosa per sé e ci ritroviamo sempre con 20 chili di bistecche! Se devo consigliarvi qualcosa vi suggerisco questo”. La descrizione dell’oste è semplice e chiara. Costolette di agnello e maiale, una buona bottiglia di vino e un malva pudding come dessert ci ristorano più che degnamente. La notte alloggiamo in casette di legno vicino a Colchester.

dune-di-sabbia-a-colchesterL’indomani, prima di ripartire, il proprietario del campeggio ci “impone” di andare a vedere il paesaggio sulla costa, poco distante. “E’ un peccato non riuscire ad ammirarlo” ci dice orgogliosamente e trapelando un’encomiabile fierezza. Accogliamo il suggerimento. Attraversiamo ben presto un’insenatura su cui sorge un piccolo porto di pescatori, popolato da martin pescatori, cormorani, gabbiani e rondini riparie, che qui nidificano sulle sponde argillose; poi una strada che si perde nel bush, un lieve pendio ed infine una baia fatta d’oro e lapislazzuli… O almeno così pare, finché la mente non si abitua a tanta meraviglia e comincia a scorgere dune di sabbia maestose, plasmate dal vento, che proiettano la loro immagine nella tavola pittorica oceanica. Il cielo non può che ammirare, assorto nelle prime luci del giorno, tale capolavoro.

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Andiamo verso Est

Il tragitto che conduce ad est, verso Santa Lucia, ci porta a sostare in un piccolo paese in cerca di rifornimenti, per noi e per la nostra vettura. Visitiamo quello che sembra essere un mercato improvvisato, lungo la strada principale, costituito da banchetti e tavoli, alcuni dei quali riparati dal sole per mezzo di teli tesi tra aste di legno. Tra i prodotti di maggiormente esposti figurano pomodori, peperoncini, patate, banane, avocadi, arance e ananas; e poi donne intente a tessere e vendere vestiti, grembiuli e foulard; e ancora venditori di polli, vivi, stipati in gabbie strettissime. Accanto, l’avamposto di una grossa catena di supermercati e magazzini per grossisti che vendono un po’ di tutto, dai mangimi animali ai prodotti high tech. Insomma, un paese come ce ne sono tanti in Sudafrica, che ti capita di attraversare, magari anche per sbaglio, in cui cerchi di sbirciare e captare quante più sfumature della vita quotidiana dei suoi abitanti puoi. Un paese che potrebbe rimanere anche anonimo, che non ha segni particolari e distintivi rispetto ad altri. Eppure ancora una volta questo paese riesce a sorprenderci. Mentre siamo intenti a procurarci il pranzo in una piccola bottega a lato della strada, facendoci spiegare “il menù” dalle venditrici, ci accorgiamo che alcuni uomini e donne si sono asserragliati dietro di noi e cominciano a scattarci foto con i loro telefoni. È una scena surreale alla quale mai avrei pensato di poter prendere parte, tanto meno di esserne il protagonista,tanto meno nel duemilaquindici. “Non vedete molti turisti qui, vero?!””, chiedo alla venditrice. “Non così tanti, non così tanti… magari passano qui di sfuggita ma non si fermano mai per tanto tempo”. E mi sento ancora più parte del paese, ancora più accettato. Acquistiamo nel frattempo del pollo arrosto servito con una salsa piccante e il pap, una sorta di polenta fatta di mais bianco, e delle frittelle di pastella semplici e squisite. Prima di andare, anche la donna della bottega chiede di poter fare una foto insieme a noi e ovviamente la accontentiamo. La gente qui è davvero molto cordiale e curiosa. Al distributore, il ragazzo che ci serve ci pone un sacco di domande, pieno di gioia e con il sorriso stampato in viso. Da dove venite? Quanto ore ci avete messo? Che clima c’è nel vostro paese? Finisce di riempire il serbatoio: “Thank you!”. “Okay, okay”… Non risponde “prego”, e come lui molti altri incontrati sulla via. Non serve ringraziare. Sorpresi, ma con l’animo felice, ancora più desiderosi di conoscere questa terra, ci dirigiamo verso Coffee Bay. Percorriamo strade che si perdono tra foreste e colli, tra campi recintati e piccoli agglomerati di case. Camion colmi di canne da zucchero, provenienti dai circostanti campi, vengono assaltati, appesantiti dal carico e dalla salita, da orde di bambini e ragazzini che prendono per se un po’ del prezioso carico. Tornano da scuola e rivedranno casa solo dopo svariati chilometri e minuti, se non ore, di cammino. Una piccola ricompensa, più che guadagnata. Proseguendo incontriamo sulla strada un branco di babbuini, aquile crestate e bislacchi bucorvi. Siamo nel territorio degli Xhosa, il secondo gruppo etnico più numeroso del Sudafrica dopo gli Zulù, nonché etnia d’origine di Nelson Mandela. L’impronta dell’ex presidente sembra essere presente forte e viva un po’ ovunque, dai murales al volto della gente. Superata una cittadina colma di persone in piena attività, si incontrano ben presto capanne cilindriche dai tetti di paglia. Ogni nucleo abitativo ha un colore caratteristico, ad indicare la diversa proprietà. Donne che coltivano nei campicelli fuori dalle abitazioni, ragazzi a piedi nudi che guidano capre e pecore e ragazzine che raccolgono acqua dal pozzo. È incredibile vedere persone di ogni età, principalmente donne, portare carichi sulla testa, talora non solo molto pesanti ma anche da un baricentro alquanto problematico, senza neanche l’aiuto delle mani, impegnate in altre fatiche. La tecnica si tramanda di generazione in generazione. La strada prosegue dissestata fino alla baia, perdendosi tra le baracche che formano il paese attorno ad essa.

Coffee Bay, il rombo del mare

Ripenso a quanto dettoci dal proprietario di un ostello a Knysna: “Vi innamorerete di Coffee Bay, non vorrete più andare via”. Verdi scogliere ripide e rocciose si gettano a picco sull’Oceano venendo investite dai violenti flutti, costanti e impetuosi. Il rombo dell’acqua infranta sulla roccia è l’unico suono che tutto avvolge e cala in un silenzio maestoso e tenebroso, con la luce che si spegne all’orizzonte. La città deve il suo nome ad un naufragio che provocò il rovesciamento sulla baia di milioni di chicchi di caffè. Attraversato a piedi un piccolo torrente che taglia a metà la scogliera, raggiungiamo il villaggio dove passeremo la notte. Riceviamo una calda accoglienza e una birra di benvenuto. Molti sono i turisti qui presenti, che sfruttano le onde oceaniche per fare surf; molti sono i momenti di scambio con gli abitanti del luogo, impegnati in buon numero a lavorare nei locali della struttura ricettiva. Il turismo presente nella zona deve creare opportunità di lavoro, non dipendenza, soprattutto per le generazioni future. All’esterno venditrici di collane e pusher girano per le strade del paese, fermandosi sovente davanti al villaggio, nella speranza di guadagnare un po’ di soldi. La sera, dopo una gustosa cena, ci sediamo attorno al fuoco. Il suono degli djembes abbraccia, coccola e rilassa le menti. Alla tiepida luce della fiamma le mani dei suonatori si muovono con una velocità ed un’abilità affascinanti. Perdendoci nel suo ritmo, la musica comincia a raccontare le storie del suo popolo, della sua terra, del suo presente e del suo passato. Incantatrice e seducente, ci accompagna nel sonno con sogni di nuove mete. Ci lasciamo guidare e gli occhi finalmente si riposano. Il viaggio continua.