La valle dell’inferno

Un viaggio sul Pizzo Varrone fra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio

Incastonata tra il lago di Como, la Valtellina e la provincia di Bergamo, c’è una montagna che da secoli è il confine naturale tra tre territori ed alle cui pendici si trovano valli incantevoli e misteriose. Si tratta dell’antico Pizzo Varrone, così chiamato per la forma acuminata e dove “var” deriva direttamente dalla lingua celtica “acqua” a causa della presenza di molte fonti.

I TRE SIGNORI

Questa montagna è oggi il punto di confine tra le provincie di Bergamo, Lecco e Sondrio, anche in passato era un confine tra tre terre, quelle dei signori del Ducato di Milano, della Serenissima Repubblica di Venezia e delle Tre Leghe di dominio Svizzero, che coprivano Valtellina e Valgerola, che le è valsa già ai tempi il nome di Pizzo dei Tre Signori, tramandato fino ai giorni nostri. Il pizzo è ben conosciuto in Lombardia anche se è normalmente una località meno frequentata rispetto ad altre più famose, perché relativamente distante dai grandi centri urbani e con sentieri spesso impegnativi che la fanno sfuggire al grande turismo di massa ed agli escursionisti della domenica.

Con la sua mole, che domina da sempre la parte occidentale delle Alpi e Prealpi Orobie bergamasche, è da centinaia di anni un importante punto di riferimento per le popolazioni del territorio e nel Medioevo ed a causa della ricchezza di ferro nel sottosuolo, ed è stata protagonista della nascita delle prime fucine per la lavorazione del metallo, talmente famose da aver prodotto persino le armi per i conquistatori spagnoli delle Americhe ed aver dato vita ad alcune leggende.

LA VALLE DELL’INFERNO

La prima curiosa leggenda del posto è quella della Val d’Inferno. Secondo questa antica credenza, la più grande di queste fucine era gestita da persone provenienti dalla vicina Valsassina e per questo erano considerati dalla popolazione bergamasca forestieri. Costoro non avevano contatti socievoli con nessuno ed erano ritenute persone malvage in competizione con i locali che per questo li odiavano e temevano. A causa della grande mole di lavoro del periodo, capitava spesso che l’approvvigionamento di legna per alimentare le fucine non fosse sufficiente e la popolazione locale aveva cominciato ad affermare che in quelle occasioni i malvagi gestori della fucina non si facessero alcuno scrupolo a gettare qualsiasi cosa nel fuoco per alimentare la fornace, persino gli abitanti di Ornica ancora vivi che si trovassero a passare in zona. La paura di questa gente era divenuta così tanta che i bergamaschi se ne tenevano alla larga e quel luogo fu ribattezzato la Valle dell’Inferno.

Un giorno, però, il consiglio degli uomini di Ornica, stanchi di quella sinistra presenza nel loro territorio, decisero di porre fine alla situazione inviando tre loro rappresentanti a Venezia per chiedere aiuto al governo lagunare e porre fine alle prepotenze. I tre ambasciatori ebbero successo: Venezia fornì un carro carico di archibugi e bombarde con i quali gli ornichesi armarono un fortino costruito in località Piazze, proprio di fronte alla passaggio obbligato della fornace infernale e quando i forestieri si presentarono con l’intenzione di scendere a valle per una scorribanda furono investiti da una pioggia di fuoco che uccise tutti. Il loro impianto fu distrutto e successivamente si coprì in pochissimo tempo di vegetazione sparendo nell’ambiente ridente della valle. Fu così che del forno maledetto si perse ogni traccia, ma il nome della valle rimase, per arrivare ai nostri giorni.

LA BAITA DEL DIAVOLO

La valle, però, era segnata dal destino e la paura non terminò in fretta, anzi seguì il terrore che qualcosa di sinistro fosse rimasto fra quelle foreste, così  un giorno, mentre la nomea era ancora molto presente nella fantasia dei valligiani, due pastorelli di Ornica si trovarono con il loro gregge inavvertitamente all’interno della Val d’Inferno. Ignari, gli armenti continuarono a brucare spostandosi sempre più all’interno della valle finchè i due piccoli si accorsero che le pecore avevano risalito troppo il pendio, alla ricerca di erba più verde e fresca, ma ormai il giorno volgeva la termine ed era troppo tardi per tornare indietro. Decisero così di salire più in alto alla ricerca del gregge, avvicinandosi però al grande sasso chiamato Sfinge, un’imponente roccia dalle inquietanti sembianza vagamente umane, che dominava dall’alto la valle. Recuperato il gregge ed ormai così lontani da casa videro una stringa di fumo salire da una baita che sembrava diroccata. Per stanchezza, fame e forse anche curiosità si spinsero fino ad essa e sbirciarono al suo interno da una delle finestre per capire se potevano chiedere ospitalità, ma così facendo furono assaliti da una paura tremenda: una figura semi umana, simile ad un vecchio raggrinzito, calvo e dalla lunga barba, rimestava qualcosa in un paiolo sul fuoco acceso del camino. I bagliori della fiamma resero l’immagine più nitida, il vecchio mescolava delle monete d’oro con un ghigno malefico sul volto. Quando questi si voltò per prendere delle bacchette di ferro da mescolare con l’oro videro che al posto dei piedi aveva degli zoccoli da caprina: era il diavolo in persona! I bambini fuggirono terrorizzati abbandonando il gregge per correre a capofitto fino al paese dove raccontarono con la voce spezzata quanto visto. I coraggiosi del paese decisero di armarsi e tornare a vedere, ma quando giunsero alla vecchia baita non c’era più nessuno, anche se era chiaro che il fuoco era appena stato spento e ovunque c’erano prove a supporto del racconto dei pastorelli. Da allora questa vecchia struttura diroccata e sinistra è chiamata la Baita del Diavolo.

STORIA E NATURA DA ESPLORARE

Leggende o meno il Pizzo dei Tre signori è davvero un luogo stupendo, a portata di mano e dalla storia antica: centinaia di anni fa, il passaggio chiamato Bocchetta di Trona, rappresentava l’unica via di comunicazione esistente tra la Valtellina e Pianura Padana e nel Cinquecento, transitando dal valico, scesero in Valsassina gli eserciti delle Tre Leghe Svizzere e successivamente anche le truppe dei Lanzichecchi che si dice portarono la temibile peste che decimò tutto il nord d’Italia. Più recentemente su questa montagna furono costruite strutture difensive facenti parte della famosa Linea Cadorna che sono ancora visibili proprio nei pressi della Bocchetta di Trona. Persino la croce che svetta sulla cima del Pizzo è famosa, infatti è stata benedetta personalmente dal cardinale di Milano Alfredo Schuster nel 1935. Per salire sul Pizzo gli accessi non mancano di certo, varie vie classificate si possono affrontare dai vari versanti, quasi tutti non sono considerati troppo difficili, ma certamente impegnativi, per la loro lunghezza e per il dislivello affrontato. Ma non è necessario percorrere sempre tutti i sentieri, in questa natura spettacolare ci si po’ accontentare di raggiungere in poco più di due ore la Bocchetta della Val d’Inferno o il lago omonimo da dove si gode già di panorami eccezionali sulla vicina Valtellina e sulle Orobie bergamasche. Sui percorsi molte bellezze naturali, baite e rifugi, per i quali vale sempre la pena di informarsi in tempo, come la Baita Ciarelli (m.1610), la Baita Predoni, realizzata sotto un’enorme pietra, la Baita degli Agnelli (m.1950), che è anche conosciuta come la Baita del Diavolo della leggenda locale, il Rifugio Grassi, la Sfinge, il caratteristico torrione che ricorda l’immagine faraonica, la Bocchetta d’Inferno (m.2306), e la cima della montagna, dove a 2534 metri svetta la grande croce di ferro benedetta. Proprio la grande croce segna l’esatto punto di confine tra Bergamo, Lecco e Sondrio, sospesi tra terra e cielo con una vista intorno che nelle giornate serene lascia senza fiato anche gli escursionisti più assidui del posto. L’ambiente è così speciale e meraviglioso che si stenta a credere che qualcuno abbia in passato immaginato che il diavolo possa aver soggiornato in una simile bellezza celestiale.