Vanità, vanità… tutto è vanità

“Gli uomini vorrebbero essere sempre il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo”. Così scriveva Oscar Wilde a proposito della vanità, ovvero del compiacimento di sé, che si concretizza nel desiderio di essere ammirati, un’intima debolezza che si sposa e si nutre del proprio io. La vanità è uno dei peccati più gravi? Dante, nel canto ventinovesimo dell’inferno (Divina Commedia) si lamenta con Virgilio della vanità della propria gente. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, recita l’Ecclesiaste, nella Bibbia: il libro sapienziale delle sacre scritture cristiane, riporta il discorso di Qohelet, uomo saggio e maestro, il quale dopo aver esplorato ogni aspetto della vita materiale, giunge alla conclusione che tutto è vanità. “Noi non possiamo darci valore da soli – scrive il sociologo Alberoni – Lo riceviamo dagli altri. Fin da bambini ci diamo da fare per essere graditi alla mamma, agli insegnanti, per emergere fra gli amici quando facciamo una gara. Questo desiderio di riconoscimento si placa solo nell’innamoramento perché la persona che amiamo è per noi la più importante del mondo e, quindi, il suo giudizio vale più di ogni altro”. In età moderna la vanità domina gran parte della vita quotidiana. Una società che ti invita esplicitamente alla competizione e condanna il perdente punta inevitabilmente ad enfatizzare l’opinione che abbiamo di noi stessi. I selfie che vanno per la maggiore non sono quelli che ci immortalano in situazioni buffe, originali, curiose, anomale, bensì quelli in cui facciamo sfoggio del nostro sguardo migliore e più penetrante, o di quel sorriso irresistibile che ci fa mettere centinaia di “mi piace” sotto. I like sono quegli elogi di cui si nutre la nostra vanità.