Capodoglio, il grande mito dei mari

Arriva fino a 18 metri di lunghezza, pesa 50 tonnellate, si spinge a 3000 metri di profondità e si nutre di calamari giganti lunghi 15 metri

Denominato scientificamente Physeter macrocephalus da Linneus per le dimensioni della sua testa, chiamato dagli esploratori portoghesi “cachalot”, da cachola ovvero “testa”, considerato una delle prede più ambite dai balenieri del XVIII-XIX secolo, il capodoglio è divenuto leggendario attraverso il capolavoro di Herman Melville “Moby Dick”, recentemente reinterpretato dalla visione di Ron Howard in “The heart of the sea”. Questa creatura maestosa rappresenta uno degli esseri viventi più straordinari esistenti oggi sul nostro pianeta e porta con sè storie, curiosità ed aneddoti da non farsi scappare.

Proprietà da premio Nobel o credenze popolari?

Capace di arrivare a 18 metri di lunghezza e di pesare fino a 50 tonnellate, non solo il capodoglio è il maggiore degli odontoceti (ovvero quel ramo dei cetacei dotati di denti, opposto ai misticeti che invece possiedono i fanoni) ma è anche il predatore più grande (dotato di denti) dei nostri tempi. In grado di raggiungere i 3000 metri di profondità con un apnea che può arrivare alle due ore, il capodoglio detiene il primato di immersione (conteso con lo zifio, un altro odontocete) tra tutti gli animali che vivono respirando ossigeno dall’aria. Questa sua specialità è resa possibile dalla grande quantità, notevolmente superiore a quella dell’uomo, di miglobina presente nei suoi muscoli (al pari degli altri cetacei). Questa proteina è capace di “immagazzinare” ossigeno e di rilasciarlo gradualmente nei tessuti quando la concentrazione del gas ivi presente inizia a diminuire. Jonh Kendrew e Max Perutz vinsero un Nobel per la chimica nel 1962 a seguito dello studio di questa proteina, estratta dai tessuti del capodoglio. Nuotare a profondità come quelle raggiunte dal capodoglio significa essere esposti ad una pressione esterna estrema, capace di far collassare gli organi interni. Grazie però ad una gabbia toracica flessibile, questi animali sono in grado di sopportare tali pressioni senza conseguenze sulle strutture interne. Un’altra caratteristica che gli consente una tale profondità di immersione, secondo una teoria sempre più diffusa, è il contenuto di sostanze oleose (come il palmitato di cetile) nella sua notevole testa, che solidificano a basse temperature abissali modificando di conseguenza la propria densità e favorendo o meno il galleggiamento dell’animale. Da quest’olio contenuto nel suo capo l’origine del nome capodoglio. Essa infatti non contiene il cranio dell’animale, bensì un organo, lo spermaceti, che dà origine proprio a questa sostanza. Da qui il nome inglese di “sperm whale” per identificare il capodoglio. Una etimologia del tutto errata nata dalla convinzione che il contenuto di questa costituisse il suo fluido seminale.

Una dieta agguerrita, calamari giganti di 15 metri

Le sue prede principali sono i calamari di humboldt (Dosidicus gigas), “grintosi” molluschi lunghi fino a due metri famosi per i recenti spiaggiamenti di massa sulle coste sudamericane e per le aggressioni ai subacquei lungo le coste della California. Ne arrivano a mangiare fino a 900 chilogrammi al giorno. Un’altra preda epica dei capodogli adulti è il calamaro colossale (Mesonychoteuthis hamiltoni) che costituisce buona parte della sua dieta. Colossale, quello gigante è un altro genere, Architeuthis per l’esattezza, che ugualmente finisce nel suo stomaco (Architeutis dux per citare una specie). Quest’ultimo raggiunge i 10 metri di lunghezza, Il calamaro colossale anche i 15 metri. Poco altro si sa su questi cefalopodi abissali e miti e leggende sono entrati nell’immaginario collettivo. Quelli che sicuramente lasciano ben poco all’immaginazione sono i profondi segni, solchi e graffi sulla testa dei capodogli maschi più grandi, testimoni degli scontri furibondi con queste creature. La digestione di queste prede porta alla formazione dell’ambra grigia a livello dello stomaco, che protegge le mucose dal becco indigesto di questi molluschi. Questa sostanza cerosa odorosissima è molto apprezzata dall’industria cosmetica e veniva usata come ingrediente di base dei profumi.

Fuga per la vittoria

Fu proprio per l’estrazione di “olio” e ambra grigia che il capodoglio si trovò al centro di un traffico commerciale che rischiò di farne scomparire l’intera specie. Le cere estratte venivano lavorate per essere usate come combustibile nelle lampade ad olio. Uccidere un animale di diciotto metri per accendere una lampadina… Al confronto, lo sventramento di una montagna per la costruzione di una diga pare cosa da poco. Frotte di avventurieri e commercianti spendevano i loro patrimoni per l’acquisto di imbarcazioni e l’ingaggio di interi equipaggi. Flotte di baleniere inseguivano questi cetacei fino in capo al mondo per riempire i barili in stiva col prezioso carico. Un inseguimento che si protrasse per più di duecento anni, portando quest’animale sull’orlo dell’estinzione. Una caccia così intensiva avrebbe cancellato qualsiasi altro animale dalla faccia della Terra. Non quella del capodoglio. Parecchi anni più tardi, nel 1975, ci fu un altro inseguimento, condotto tra gli altri da Paul Watson (fondatore di Sea Sheperd), Patrick Moore e Robert Hunter (co-fondatori di Greenpeace insieme a Dorothy Stowe). Essi “cacciarono”, pilotando una modesta imbarcazione, una poderosa baleniera russa, rischiarono di beccarsi un arpione in testa a bordo di un precario gommone e ripresero la morte di un giovane capodoglio. Le immagini di quello storico inseguimento fecero il giro del mondo. Divenne lampante l’infrazione commessa dalle baleniere nella caccia ai grossi cetacei, allora permessa ma ristretta ad un numero programmato di soli individui adulti. La loro azione ebbe il merito di scatenare nell’opinione pubblica il dibattito riguardo la caccia alle balene e sollevare la questione sulla loro conservazione. Da quel momento,  l’IWC (Commissione Baleniera Internazionale), fondata già nel 1948 per tutelare i cetacei, intraprese una serie di provvedimenti che portarono all’istituzione di riserve marine protette in tutto il Mondo, al divieto di caccia ai capodogli (1981), fino alla moratoria internazionale della caccia alle balene (1986). Nonostante i divieti e le sanzioni intraprese, ad oggi Islanda, Norvegia e Giappone continuano a cacciare diverse specie di balene, tra cui alcune ad altissimo rischio di estinzione come la balenottera di Bryde (Balaenoptera edeni). Questa caccia viene giustificata per “scopi scientifici”. Ogni anno si consuma la mattanza di migliaia di esemplari.

Un gigante dei nostri mari

Potremmo pensare che questa maestosa creatura abiti solo gli oceani oppure i più vasti mari al di fuori dell’Europa. In realtà, insieme ai tratti di Oceano Atlantico attorno ad  Azzore e Canarie, il Mediterraneo è uno dei luoghi in Europa più promettenti se si intende ammirare in tutto il suo splendore questa magnifica creatura. Nel mare nostrum sono comuni le “famiglie di capodogli”, generalmente costituite da gruppi (detti baccelli) di 15-20 esemplari giovani seguiti dalle femmine. I maschi adulti sono solitari per la maggior parte dell’anno e si uniscono alle femmine solo durante il periodo riproduttivo. Il miglior luogo per osservarli all’interno del Mediterraneo è sicuramente il tratto di mare compreso tra il territorio francese, monegasco e italiano (al largo delle coste liguri, toscane e sarde) noto come “Santuario dei cetacei”. Si tratta di un’area marina protetta dove si concentrano una grande quantità di creature marine, come appunto i cetacei ed i capodogli, grazie alla ricchezza alimentare delle sue acque. Numerosi sono i punti da cui partono escursioni guidate alla scoperta di questo paradiso naturale. Citiamo tra i molti Genova, Savona e Imperia in Liguria, Livorno in Toscana, Santa Teresa di Gallura in Sardegna, Nizza in Francia e  Monaco.