L’invasione del Kuwait e la guerra del Golfo

QUANDO SADDAM SFIDO' IL MONDO

La guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991), detta anche prima guerra del Golfo in quanto la seconda guerra del Golfo fu la guerra in Iraq, è il conflitto che schierò contro l’Iraq, che aveva invaso il Kuwait, una coalizione di 35 nazioni sotto l’egida dell’ONU e guidata dagli Stati Uniti. La coalizione internazionale lanciò contro l’Iraq l’operazione Desert Storm. La prima guerra del Golfo fu anche un evento mediatico che segnò uno spartiacque nella storia dei media. Fu infatti la prima guerra che entrò in diretta nelle case di tutto il mondo.

Le cause

Il 2 agosto del 1990 Saddam Hussein invase il Kuwait per impossessarsi delle sue riserve di petrolio. Saddam mise in atto una prova di forza con gli Stati Uniti e l’Occidente, che negli anni aveva esercitato una politica ambigua ed opportunistica nei confronti del dittatore iracheno: amico e alleato durante la guerra fra Iraq e Iran, in quanto utile presidio contro l’espansione della rivoluzione islamica, ma subito scaricato quando non fu più strategico nello scenario geopolitico.

Formalmente Saddam rivendicava l’appartenenza del Kuwait all’Iraq a causa della sostanziale identità etnica. Il ministro degli esteri iracheno Tareq Aziz accusava inoltre il Kuwait di aver rubato petrolio all’Iraq estraendolo lungo la frontiera comune e di aver inflazionato il mercato petrolifero facendo cadere il prezzo del greggio. Per questo, esigeva l’annullamento di un credito di 10 miliardi di dollari, che il Kuwait vantava nei suoi confronti.

L’invasione

L’esercito iracheno fu schierato inizialmente lungo il confine e invase all’alba il Kuwait con 100.000 uomini e 300 carri armati, vincendo in quattro ore la resistenza dell’Emirato. Lo sceicco Al Sabah, sovrano dello Stato, fuggì con la famiglia in Arabia Saudita mentre i suoi fedelissimi furono uccisi negli scontri a Kuwait City. In Iraq Saddam impedì ai cittadini occidentali di lasciare l’Iraq, utilizzandoli come scudi umani.

L’invasione provocò delle immediate reazioni. L’ONU condannò l’aggressione e lanciò un ultimatum, imponendo il ritiro delle truppe irachene, ma senza ottenere nulla. La reazione internazionale e la campagna militare furono motivate dall’importanza del Kuwait in quanto produttore di petrolio e quindi – soprattutto – dai suoi pozzi petroliferi. Inoltre con l’invasione del Kuwait, l’Iraq minacciava anche l’Arabia Saudita nazione vicina agli Stati Uniti. L’Iraq aveva accumulato debiti a favore dell’Arabia per 26 miliardi di dollari, durante la guerra Iran-Iraq e i rapporti fra i 2 Paesi erano tesi. Il presidente Bush senior schierò quindi inizialmente l’esercito statunitense a protezione del confine saudita, supportato da 2 gruppi da battaglia con portaerei e aviazione sul campo.

Desert storm

L’Onu approvò l’uso della forza e si formò quindi una coalizione contro l’Iraq, costituita da 34 nazioni, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Qatar, Regno Unito, Spagna, e naturalmente Stati Uniti d’America. L’Italia schierò nel golfo Persico i propri tornado i dragamine per bonificare le acque da mine navali.

La campagna militare iniziò con i bombardamenti aerei, con l’impiego di “bombe intelligenti”, e con i missili da crociera. L’Iraq rispose lanciando il giorno successivo missili Scud contro Israele. Israele non reagì, nell’intento di tenere unita la coalizione, composta anche da paesi arabi che in caso di reazione israeliana avrebbero defezionato.

La priorità delle forze della coalizione fu distruggere la forza aerea e antiaerea SAM (missili terra-aria) irachena, obiettivo raggiunto velocemente, anche se le capacità antiaeree irachene furono superiori al previsto. La battaglia aerea, data la superiorità numerica e tecnologica, vide ovviamente la vittoria della coalizione e la flotta aerea da combattimento irachena fu fatta ripiegare. Successivamente gli aerei della coalizione colpirono le batterie di missili Scud montati su mezzi mobili e difficili da individuare, e i siti contenenti armi di distruzione di massa.

L’Iraq proseguì con il lancio di missili Scud sulle basi della coalizione in Arabia Saudita e lanci contro Israele, gli Stati Uniti pertanto dispiegarono missili Patriot per intercettare gli Scud prima che colpissero l’obiettivo e continuarono la caccia alle postazioni missilistiche nel deserto iracheno.

Forte dell’ormai conseguita supremazia aerea, la coalizione lanciò la campagna di terra. I carri armati delle forze di Desert Storm erano di gran lunga superiori ai modelli iracheni, i vecchi carri armati sovietici T-70. I carri della coalizione utilizzavano proiettili perforanti, quindi erano molto più efficaci del munizionamento tradizionale in dotazione agli iracheni.

Le prime unità in territorio iracheno furono tre pattuglie dello squadrone B dello Special Air Service britannico, con il nome in codice di Bravo One Zero, Bravo Two Zero e Bravo Three Zero. Queste pattuglie, costituite da otto soldati, atterrarono dietro alle linee nemiche per raccogliere informazioni di intelligence sui movimenti dei sistemi di lancio Scud che non potevano essere rilevati dal cielo. Gli obiettivi includevano anche la distruzione di un fascio di fibre ottiche per le comunicazioni.

Da quel momento le diverse divisioni corazzate, di fanteria e dei corpi speciali dei vari paesi della coalizione iniziarono la penetrazione nel territorio occupato dall’esercito iracheno, entrando in contatto con la guardia repubblicana (l’elite dell’esercito di Saddam) che fu annientata completamente. L’avanzata fu più veloce di quanto i generali si potessero aspettare. Le truppe irachene iniziarono quindi a ritirarsi dal Kuwait, incendiando tutti i pozzi petroliferi che incontrarono. Un lungo convoglio di truppe irachene in ritirata si formò lungo la principale autostrada tra Iraq e Kuwait e venne bombardato così intensamente dalla coalizione che divenne noto con il nome di “autostrada della morte“. Le forze della coalizione continuarono ad inseguire le forze irachene oltre il confine ed oltre, e si fermarono solo a 240 km da Baghdad, rinunciando ad entrare nella capitale su ordine del Presidente Bush.

I proiettili perforanti, strategici per dare superiorità tecnica nella battaglia fra i carri armati nell’esercito, erano realizzati con uranio impoverito. Circa 50 000 soldati statunitensi su 700 000 mandati nel Golfo (e molti altri di altri Paesi) contrassero tumori al sistema immunitario. La malattia nota come «sindrome del Golfo».

Il presidente Bush si attenne quindi al mandato dell’ONU, evitò di penetrare in profondità in territorio iracheno e evitò di rovesciare il regime di Saddam; questo anche per timore che un vuoto di potere portasse ad una situazione ancora peggiore (come una guerra civile in Iraq, o un allineamento fra Iran ed Iraq). Bush optò invece per una politica di contenimento: costrinse l’Iraq a rinunciare alle armi di distruzione di massa e ai missili a medio-lungo raggio. Dal 1991 in poi entrarono in azione gli ispettori dell’ONU incaricati di verificare l’effettivo disarmo iracheno ma scoprirono diversi programmi “proibiti”. Nel 1998 Saddam espulse gli ispettori con l’accusa di essere spie statunitensi.

Nel 2002, in seguito all’attentato alle Torri Gemelle, gli ispettori poterono rientrare in Iraq ma non trovarono mai prove circa la presenza di quelle armi.

Dopo la guerra, Saddam avviò una feroce repressione contro i curdi a nord e contro gli sciiti a sud. Furono stabilite 2 no-fly zone per proteggere curdi e sciiti dalla repressione.

Allo scopo di dissuadere Saddam dalla produzione di armi di distruzione di massa, fu attuato un embargo: lo scopo era tenere sotto pressione il regime iracheno, ma ciò portò però gravi conseguenze sulla popolazione civile, pertanto fu allentato con il programma Oil for Food, che permetteva all’Iraq di vendere petrolio in cambio di generi di prima necessità.